I bambini subiscono la guerra sulla propria pelle. Zlata ha nove anni, abita a Myronivka, a Sud-Est di Kiev, e scrive: “Voglio vedere il sole, non i muri di un seminterrato”. Una frase semplice che rimanda ad un’immagine disarmante, quella di un bambino che subisce quotidiani bombardamenti da anni e chiede solo di poter rivedere la luce, non il buio della guerra e, immaginiamo, di poter tornare a giocare e a vivere. Valeriia, che ha tredici anni e vive a Leopoli, esprime in modo ancor più perentorio la propria angoscia: “Non avrei mai pensato che la gioia dell’infanzia potesse essere oscurata dalla guerra”.
Un libro necessario. Occorre ringraziare lo storico Bruno Maida – docente di storia contemporanea presso l’Università degli Studi di Torino, che negli ultimi anni si è occupato di storia dell’infanzia durante i conflitti bellici novecenteschi e post-novecenteschi – per il suo ultimo lavoro da cui ho tratto le due citazioni, dal titolo I tamburi di guerra mi fanno tremare. L’infanzia in Ucraina (Laterza, 2026). Un libro che andrebbe fatto leggere nelle scuole durante le ore di storia, per consentire a studenti e studentesse di comprendere più in profondità gli effetti nefasti dei conflitti bellici, nel passato come nel presente:
“Gli oltre cent’anni trascorsi dalla fine della prima guerra mondiale – un secolo in cui diplomazia e politica hanno cercato
di costruire un quadro legislativo a tutela dell’infanzia nei conflitti armati – sembrano talvolta trascorsi inutilmente
se si guarda alle condizioni concrete di bambini e bambine nelle aree del mondo in cui ancora si combatte” (p.14).
Le prime vittime delle guerre. Si consideri che dalla metà degli anni Novanta ad oggi la percentuale di bambini che vivono in zone di guerra è quasi raddoppiata, passando dal 10 al 20 per cento. Le violazioni maggiori si registrano in Africa e in Medio Oriente, con picchi in Sudan e nei Territori palestinesi occupati. L’aspetto più preoccupante è che sono le forze governative le responsabili principali di uccisioni e mutilazioni di minori, nonché degli attacchi a scuole e ospedali, come apprendiamo quotidianamente dalle agenzie di stampa. Del 31% in più di uccisioni e mutilazioni rispetto al 2022, un terzo dei casi riguarda i bambini palestinesi. Dunque, nonostante sia aumentato il numero di Stati firmatari di convenzione e accordi a tutela dei minori nei conflitti bellici, la realtà smentisce tali impegni. E tale apparente contraddizione si spiega con un semplice e drammatico dato: nel 2023 la spesa militare globale ha raggiunto i 2.400 miliardi di dollari a fronte degli investimenti destinati alla prevenzione dei conflitti, scesi a 15,3 miliardi.
Il riarmo alimenta le guerre e impoverisce i Paesi. A tale proposito, come ha ricordato Papa Leone, denunciando la crescente spesa militare globale, non si può «spacciare il riarmo per difesa della patria». Il riarmo sottrae risorse alla sanità, ai servizi sociali e pubblici, favorendo interessi di poche élite a scapito del bene comune. Nel Documento Finale del XV Forum dell’Altra Cernobbio “Addio alle Armi”, svoltosi nelle giornate del 5 e 6 settembre 2025. Idee e proposte in movimento contro il riarmo e le guerre, si ribadisce che la scelta del riarmo porta inevitabilmente alla guerra, all’economia di guerra, impone la legge del più forte distruggendo il sistema del diritto internazionale.
https://retepacedisarmo.org/2025/per-unitalia-e-uneuropa-nonviolenta-lavoriamo-insieme/
I bambini si adattano. Leggendo il saggio di Bruno Maida, apprendiamo che i bambini si adattano a vivere nel tempo di guerra, attraverso una profonda e mostruosa torsione della vita quotidiana: “imparano a riconoscere il rumore degli aerei amici o nemici, e a calcolare il tempo che ci mettono le bombe a raggiungere il suolo, imparano il valore del cibo e come procurarselo, imparano il silenzio e il tempo vuoto dell’attesa” (p.27).
Il terrore delle esplosioni. All’alba del 24 febbraio 2022, migliaia di ucraini si svegliarono improvvisamente per il rumore delle bombe. Yeva, che aveva appena compiuto dodici anni e viveva a Kharkiv con la nonna Iryna, perché i genitori lavoravano all’estero, venne presa da un attacco di panico: “Esplosioni, rumore, il mio cuore che batteva forte: con tutta quella paura e il frastuono non riuscivo neanche a pensare” (p.29).
Era l’inizio della guerra, Yera aveva cominciato a scrivere un diario poco tempo prima dell’inizio dell’invasione russa. Nei mesi successivi riesce a fuggire con la nonna verso la Romania e poi l’Irlanda, raccontando il suo viaggio. Prima che il diario venga pubblicato, la ragazzina aggiunge alcune pagine sui primi tempi dell’invasione, scritte dalle sue amiche. Tra queste vi è Alena, spaventata, i genitori che cercano di rassicurarla, preparano le cose da portarsi via, e lei che afferra il suo orsacchiotto. Il 28 febbraio, mentre sono nel rifugio, si sente un gran boato. Il padre “le dice che una bomba ha colpito la scuola in cui aveva studiato lui e che era sopravvissuta alla seconda guerra mondiale” (p.30).
In “tempo” di guerra. Nelle guerre contemporanee, la percezione del tempo che scorre non è dilatato come nel passato. Una volta occorreva attendere le cartoline dal fronte, i propri cari, mariti, padri, fratelli sparivano per mesi, inghiottiti al fronte. Oggi i cellulari funzionano anche nelle zone di guerra, le notizie giungono, con tutto il loro carico di tragedia, in tempo reale. I bambini hanno un loro modo di percepire e poi elaborare le paure delle bombe o il timore di non rivedere più i loro padri e fratelli maggiori che combattono al fronte. Tina, fuggita con i genitori e il fratellino da Kyiv all’inizio della guerra, poi ritornata a casa dopo qualche tempo, sembra aver maturato un vero e proprio odio verso l’invasore russo: “Vorrei avere il superpotere del fuoco, perché può distruggere. Per prima cosa lo userei contro Putin, perché è super cattivo. E quando sono grande, mi compro una pistola e faccio finta di essere russa. Poi raccolgo delle bacche velenose – che loro neanche conoscono – e gliele do ai russi, così muoiono tutti” (p.12).
Le scuole, un target criminale. Le guerre degli ultimi decenni, dall’Iraq alla Siria, dall’Afghanistan a Gaza, hanno registrato un numero altissimo di vittime civili e, tra queste, molti bambini e adolescenti. Colpiti anche in luoghi dove le bombe non dovrebbero mai cadere: gli edifici scolastici. Proprio le scuole, che insieme alle case dovrebbero rappresentare per ogni bambino un luogo di sicurezza e di crescita, spiega Bruno Maida, “si trasformano in uno spazio di ansia e incertezza, minacciando la normalità della vita quotidiana” (p.39). Save the Children denuncia che i bambini ucraini hanno perso fino a metà delle ore di lezioni, a causa delle sirene degli allarmi antiaerei. Le testimonianze raccolte dall’organizzazione umanitaria sono toccanti: “Eravamo sempre stanchi e in ansia per via del pericolo costante e delle esplosioni assordanti”, racconta Nina, che abita nella regione di Kiev e frequenta la terza media”. E aggiunge; “Ormai riusciamo a distinguerne il suono: capiamo subito se si tratta di un missile o di un drone in volo. Ma io desidero un cielo di pace, senza missili” (p.40).
Nei primi due anni di guerra in Ucraina, si contano più di 4 mila istituzioni educative danneggiate o distrutte, tra le quali 229 scuole e 97 università. A nulla è valso l’accordo politico intergovernativo denominato Safe Schools Declaration, promosso all’interno delle Nazioni Unite dai governi di Argentina e Norvegia nel 2015 e sottoscritto dalla stessa Ucraina, ma non dalla Russia. Sarebbe dovuto servire a evitare o limitare le aggressioni contro scuole e università e a impegnare i governi a proseguire l’educazione anche in tempo di guerra, garantendo che le aule non vengano utilizzate per scopi militari né distrutte come strumento di ritorsione contro il nemico o per indebolire la resistenza.
Save the Children, Security For Whom? Militaries, Funded, Childhoods Forgotten, Report, 2025
Si studia nelle stazioni della metropolitana. Nella città di Kharkiv, dove che sono state distrutte o danneggiate dai bombardamenti 108 scuole, l’amministrazione locale ha cominciato ad allestire 61 aule nella metropolitana, in grado di ospitare fino a mille studenti contemporaneamente. Si è trattato di un progetto sostenuto dal Ministero dell’Istruzione e dall’Unicef, che comprendeva ore di disegno e arteterapia, per permettere ai bambini di esprimere dolori e speranze. Occorre considerare che per molti bambini, le ore che trascorrono a scuola rappresentano una pausa di normalità nel proprio quotidiano, almeno fino a quando non cominciano a suonare le sirene e si trovano costretti a fuggire nei seminterrati o nei rifugi: “In aula mi sento al sicuro – racconta Tetiana, di tredici anni – perché siamo tutti insieme, siamo tra amici, ci divertiamo e non pensiamo alla guerra”.
Olena, invece, che di anni ne ha quindici, soffre di attacchi di panico e difficilmente la sua situazione emotiva potrà migliorare. I dati dell’Unicef del 2023 offrivano già un quadro allarmante sulla salute psichica dei bambini ucraini, con circa un milione e mezzo di minori a rischio di depressione, ansia, disturbo da stress post-traumatico, con implicazioni a lungo termine.
Poesie e disegni aiutano i bambini a sopravvivere. Purtroppo occorre anche dire che una pedagogia bellica attraversa sempre i Paesi coinvolti in un conflitto e l’Ucraina non fa certo eccezione. I disegni dei bambini esprimono spesso un patriottismo guerriero indotto da quanto apprendono a scuola, in famiglia, in televisione e nei social. Lo spirito nazionalista alimenta la speranza della vittoria e nei disegni compaiono spesso carri armati, elicotteri e soldati. Ma tanto nei disegni quanto negli scritti e nelle poesie di molti bambini e ragazzi, i tamburi di guerra fanno tremare, come scrive Antonina, quindici anni: “Vorrei solo giocare spensierata / tornare nella mia classe preferita / e che tutti i papà tornassero a casa. / Puoi riportarmi indietro, mamma, di un solo anno?” (p.129).
Simone Campanozzi
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