I diari clandestini di Kuznecov: «La prigione è una scuola d’amore per la libertà»

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I diari di Eduard Kuznecov: la scrittura nei lager sovietici

di Simone Campanozzi

“Scrivo solo per conservare il mio volto. Il campo di concentramento è un ambiente orribile, umiliante, è la consapevole creazione di condizioni tali che l’uomo, ricacciato di continuo nell’angolo, comincia a dubitare dell’utilità di ubbidire alla propria verità e si convince che esiste solo la verità della biologia, l’adattamento”

A scrivere queste tremende parole non è Primo Levi bensì Eduard Kuznecov, sebbene nel leggerle ritornino alla mente le vivide espressioni dell’autore di Se questo è un uomo, allorché descriveva ciò che aveva visto all’interno del campo di annientamento di Auschwitz-Birkenau, l’uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento. Anche nel sistema delle centinaia di prigioni e di campi di concentramento nella sterminata Unione Sovietica, che formavano quell’Arcipelago Gulag dove soffrirono e morirono milioni di persone e le cui condizioni Aleksandr Solženicyn svelò al mondo intero a partire dal 1962, la maggior parte dei dissidenti politici venivano ridotti a ben poca cosa dopo anni di privazioni, torture, gelo, fame, lavoro coatto. Per comprendere la disumanizzante realtà dell’universo concentrazionario sovietico, si consiglia di leggere il prezioso volume di Eduard Samuilovič Kuznecov Parole trafugate. Diari clandestini dalla Russia (1970-1971) –  il titolo originale è semplicemente Diari – ripubblicato recentemente da Guerini e Associati a cinquant’anni di distanza dal volume uscito nel gennaio del 1973 in prima edizione mondiale per Longanesi, con il titolo Senza di me. Diario da un campo di concentramento sovietico 1970-1971.

Chi è Eduard Samuilovic Kuznecov?

Nato a Mosca nel 1939 e laureatosi in filosofia all’Università di Mosca, Eduard Kuznecov, di origine ebraica, aveva contribuito alla diffusione di alcune riviste Samizdat, le pubblicazioni clandestine non autorizzate dal regime comunista. Prima degli eventi narrati in questi diari clandestini, miracolosamente scampati alla censura, era stato arrestato nel 1961 con l’accusa di propaganda antisovietica, per aver tenuto discorsi politici durante la lettura di poesie nella Piazza Majakovskj, nel centro Mosca. Tra i luoghi moscoviti che furono teatro delle proteste per i diritti civili, bisogna annoverare anche Piazza Puškin e la Piazza Rossa, dove nel corso degli anni ‘60 si svolsero manifestazioni  per protestare contro il tentativo di riabilitare la memoria di Stalin e per opporsi alla normalizzazione del regime di Breznev.

Il tentativo fallito di fuggire dall’URSS

Condannato a sette anni in regime “duro” nei lager della Mordovia, allora repubblica autonoma e sede di numerose colonie penali, Kuznecov racconterà quell’esperienza drammatica nel volume La maratona di Mordovia.  Riacquistata la libertà nel 1968, dopo diversi e inani tentativi di ottenere un visto per raggiungere Israele – in quegli anni l’Urss aveva troncato le relazioni con lo Stato di Israele anche a causa della Guerra dei sei giorni – il 15 giugno del 1970 Kuznecov organizza un piano di fuga dal Paese insieme al pilota Mark Dymsič e ad altre nove persone, progettando di impadronirsi dell’aereo a dodici posti An-2, in volo da Leningrado a Priozersk per una festa di nozze, per dirottarlo e recarsi in Svezia, da dove avrebbero potuto poi raggiungere Israele. Invece, appena giunto in aeroporto, il gruppo viene arrestato dal Kgb. L’accusa di alto tradimento della patria conduce al processo e alla condanna a morte, nella seconda metà di dicembre del 1970, per Kuznecov e Dymsič, poi modificata in appello a quindi anni di reclusione, anche a in virtù delle proteste a livello internazionale nei confronti dell’URSS. La moglie, Silva Zalmanson, verrà rilasciata nel 1974 in uno scambio con una spia sovietica e, infine, nell’aprile del 1979, anche Kuznecov verrà liberato, potendo finalmente partire per Israele, dove vive tuttora.

La terribile condizione dei campi di concentramento sovietici

Nei diari, che vanno dal 27 ottobre 1970 al 28 novembre 1971, ingegnosamente sottratti alle guardie carcerarie, il dissidente racconta l’attesa del processo, gli interrogatori, i compagni di cella, le reazioni alla condanna a morte, le condizioni di forte privazione cui egli viene sottoposto nel carcere e poi nel campo di concentramento ma, soprattutto, riflette con acume, ironia e sarcasmo sulla condizione esistenziale del prigioniero politico in Unione Sovietica e sulla mentalità dell’epoca, venata di antisemitismo. Consapevole che il processo sarebbe stato l’ennesima beffa della “coscienza giuridica socialista pseudolegale” e che quindici anni non glieli avrebbe tolti nessuno, Kuznecov ricorre alla scrittura sapendo di rischiare, ma deciso a non mettere mai a repentaglio la sicurezza degli altri detenuti. Dopo la confisca da parte dei secondini di carte che teneva nascoste, si sfoga ammonendo che per un ebreo il lager è più duro che per chiunque altro, soprattutto perché fra i russi è “patriottico dovere lottare contro il sionismo (da loro inteso nel senso di “congiura dei savi di Sion) anche mediante delazioni”.  Per molti, è triste dirlo, “la libertà è la possibilità di scegliersi consapevolmente il padrone conservando il diritto di lasciarlo per un altro in un qualsiasi momento” (p.31).

L’individuo è ben poca cosa…

Kuznecov è assolutamente tranchant nel tratteggiare i vizi e la mentalità storicamente autoritaria e servile dei russi, fin dai secoli più antichi, e considera il potere sovietico null’altro che erede legittimo di Ivan il Terribile e Pietro il Grande: “L’uomo deve unicamente servire da concime al campo statale. I bojari si strappavano la barba l’un altro in pieno consiglio e si sputavano in faccia, non era considerata una vergogna. Il duello russo è la delazione” (p.44). All’intellettuale dissidente risulta insopportabile la persecuzione contro tutti coloro che la pensano diversamente, tratto costante della storia russa, poiché “la distruzione dell’eterodossia attenta al senso stesso della vita come tale, ossia allo spirito, al suo gioco o alla sua maturazione attraverso le diversità” (p.52). L’individuo è ben poca cosa di fronte al Moloch statalista in paesi come l’URSS, ieri come oggi, verrebbe da aggiungere: “Una volta che sei stato incluso negli elenchi dei nemici del regime, cercano non di “correggerti”, ma di uccidere in te la personalità” (p.88). E poi, tra le righe del volume, leggiamo di quel sentimento antisionista, se non addirittura antisemita, diffuso a livello popolare tra i russi: “Ma il fatto più specifico è l’atteggiamento antintellettuale, e nella concezione popolare ebreaccio e intellettuale sono tutt’uno…”.

Violenza e autolesionismo nel sistema dei gulag

Dopo oltre un anno dall’arresto, il 3 giugno del 1971 Kuznecov è di nuovo deportato nel campo di concentramento in Mordovia, questa volta con la previsione di rimanervi per quattordici anni. I resoconti diventano molto più duri, la descrizione delle condizioni dei prigionieri politici e dei criminali comuni condannati al regime duro sono impietose, seppure sempre venate da sarcasmo: “Berger è dentro già da ventotto anni, gliene rimangono altri sette. Tredici rapine (dice che otto sono state tolte per insufficienze di prove): rapine, banditismo, assassinii (cinque o sei). Nel passato, ladro (il soprannome è, si capisce, l’Ebreaccio), notorio per l’audacia, l’irruenza e la facoltà di parlare eloquentemente alle riunioni dei ladri” (p.143). I prigionieri praticano ogni sorta di autolesionismo, inghiottendo chiodi e fil di ferro, aghi, vetro pestato, spingendo fili elettrici nell’uretra, si cuciono con filo di ferro gli occhi e la bocca, si inchiodano i testicoli al pancaccio. E tralascio al lettore il resto delle più crude descrizioni. Pieno arbitrio, nessun riconoscimento dei più basilari diritti del detenuto, nessuna pietà per il reo, reale e presunto, una volta dentro l’universo concentrazionario sovietico bisogna accettare le regole del gioco: “Ma incubo su incubo, irrazionalità su irrazionalità, significa esplodere dal di dentro…”.

 

L’appello alla Nazioni Unite per il rispetto dei diritti umani

Kuznecov e altri dissidenti, l’11 agosto 1971, provarono anche a rivolgersi al Sig. U Thant, politico e diplomatico birmano, allora terzo segretario generale delle Nazioni Unite, in carica dal 1961 ma in scadenza di mandato. Un appello disperato per richiamare al rispetto della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, sottoscritta anche dall’URSS, in particolare agli articoli 13, 14, 15 e 19, che sancivano il diritto di abbandonare qualsiasi luogo e spostarsi liberamente per scegliere la propria residenza, di chiedere asilo, di non essere privato della cittadinanza, di ricercare, diffondere informazioni e idee. Che cosa prova un uomo, si legge nell’appello e pare di sentire il grido dei milioni di profughi di oggi, “se la vita nel Paese dov’è nato gli sembra un ergastolo (se per ragioni reali o immaginarie è un’altra questione), se l’emigrazione non è per lui il capriccio di chi cerca l’esotismo d’oltre confine, se il diritto di partire gli sembra più importante di ogni altro diritto, ed è propenso a considerarsi schiavo qualora sia privato di tale diritto?” (p.164).

Il diritto di scegliere dove vivere

“La prigione è una scuola di amore per la libertà” (p.95) – afferma il nostro Autore – ma sono ben pochi i prigionieri “che trovano in sé la forza di non accettare di sentirsi una nullità” (p.124). Kuznecov ci è riuscito, è sopravvissuto e i suoi diari sono oggi un monito per coloro che vorrebbero impedire, a chi fugge da dittature, violenze e privazioni, di cercare un mondo migliore.      

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