Napoli e migranti: un documentario fa rivivere gli archivi

2 Aprile 2021 • Fumetto e cinema, in evidenza • Visualizzazioni: 173

«Giuseppe guardava l’orizzonte come si osserva un desiderio, come qualcosa da raggiungere per cercare di essere libero».

Fin da bambina sua figlia Alessia scorgeva il padre affacciarsi alla finestra, e si domandava che cosa fosse in grado di attirare la sua attenzione in modo così intenso. A questa domanda si ispira l’intenso cortometraggio a base di archivio di Alessia Bottone, “La Napoli di mio padre” .

Attiva e impegnata documentatrice fin dal 2013, Alessia Bottone è risultata tra i finalisti del “Premio Cesare Zavattini” per la realizzazione di progetti di riuso creativo del cinema d’archivio e del “Premio Luzzati” per cortometraggi.

Nata e cresciuta a Verona, l’autrice ha ricostruito una memoria familiare che si fa  storica: quella della Napoli del secondo dopoguerra, degli anni della Ricostruzione economica e sociale.

Materiale di archivio

Il viaggio di Alessia Bottone inizia da quella  veduta di Napoli, ripresa dalla collina di Posillipo, con il celebre pino a sinistra dell’ampia panoramica della città, con il Vesuvio sullo sfondo. Quel pino, che il National Geographic ha definito l’albero più famoso d’Italia, piantato forse intorno alla metà dell’Ottocento e replicato in migliaia di quadri, fotografie, cartoline, film, appare nei filmati di repertorio, con cui Alessia ci trasporta nella Napoli di suo padre (nel 1984, l’albero sulla collina di Posillipo si ammalò e fu sradicato. Nel 1995, al suo posto, Legambiente ne fece piantare un altro).

«Forse quello che vedi tu è ciò che sto cercando io», racconta l’io narrante, affidato alla voce dell’attrice Valentina Bellé, mentre le immagini di repertorio ci trasportano nel quartiere Vicaria, “un concentrato di vita”, in cui nacque Giuseppe Bottone, un bambino irrequieto, che amava perdersi nei labirintici vicoli della città partenopea.

I filmati dell’istituto Luce, selezionati dalla regista, riportano in vita quella vitalità napoletana, mentre la voce fuori campo dello stesso Giuseppe, interprete di sé stesso, ci guida nei meandri di Napoli. Impressiona vedere la moltitudine di bambini e di ragazzi, che corrono e giocano per le vie di una città, già peraltro congestionata dal traffico delle automobili. Era l’Italia del Boom economico, dell’avanzata impetuosa dello “sviluppo industriale” nel Nord Italia, ma in quei vicoli vediamo prevalentemente “scugnizzi” e donne e uomini che faticano e si arrangiano come possono.

Uno sviluppo senza progresso, avrebbe scritto qualche anno più tardi Pier Paolo Pasolini negli Scritti corsari, laddove il poeta e intellettuale friulano intendeva il primo come “fatto pragmatico ed economico” e il secondo come “nozione ideale (sociale e politica)”.

Frame tratto dal documentario La Napoli di mio padre di Alessia Bottone.

Il lavoro di Alessia Bottone, condotto insieme a Martina Dalla Mura, è meritorio nella scelta e nel montaggio delle immagini e delle sequenze, selezionate tra le centinaia di pellicole conservate negli importanti archivi dell’Amood, dell’Istituto Luce, della Cineteca di Bologna, famosa per il restauro di pellicole che hanno fatto la storia del cinema, dagli inizi del muto a oggi.

L’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico nasce nel 1979. Nel 1983 il patrimonio dell’archivio è dichiarato dalla Soprintendenza archivistica per il Lazio di notevole interesse storico. È il primo archivio audiovisivo italiano che, grazie alla consistenza e importanza del suo patrimonio, riceve questa notifica. Nel 1985 l’archivio è riconosciuto Fondazione culturale, per la necessità di tutelare al meglio il suo patrimonio. La Fondazione è da sempre impegnata nella ricerca, raccolta, conservazione di documenti audiovisivi storici, di repertorio, di attualità, di ricostruzione narrativa, e nella promozione della loro conoscenza, studio, analisi ed elaborazione. Attualmente il suo patrimonio è diviso in Filmoteca/Videoteca, Audioteca/Nastroteca, Fototeca, Archivi cartacei, Biblioteca.

Alessia Bottone ha arricchito il suo documentario con immagini girate negli anni Sessanta e Settanta dagli italiani in Super8, recuperate nell’Archivio Nazionale del film di famiglia, fondato nel 2002 a Bologna, da Paolo Simoni, Karianne Fiorini e Mirco Santi, dal 2005 conservato presso l’Istituto storico Parri di Bologna. L’archivio costituisce la prima struttura italiana dedicata al recupero, alla conservazione e alla valorizzazione del cinema amatoriale, nonché l’unica organizzazione in Italia che svolge un’attività di raccolta delle pellicole su tutto il territorio, garantendo la conservazione dei documenti audiovisivi originali in locali climatizzati. Nel 2011 è stato dichiarato dal MiBACT archivio d’interesse storico particolarmente importante.

Frame tratto dal documentario La Napoli di mio padre.

Alessia recupera e valorizza un mondo di immagini che ci fanno viaggiare in un’Italia profonda e antica, accompagnati dalla colonna sonora di Luca Balboni. Il racconto di suo padre è popolato da personaggi che sembrano usciti dai racconti di Anna Maria Ortese, scrittrice non a caso particolarmente amata dalla regista. Napoleone, che conduce Giuseppe “per la strada”, alla ricerca di sogni, con due taralli in tasca o Nanninella, che vende prodotti alimentari in sovraprezzo e “a debito”, a coloro che non potevano più avere credito negli altri negozi. Si fa la fila, si attende il proprio turno, si portano via un etto di pasta, 50 grammi di caffè, quel poco che ogni famiglia povera riesce ad acquistare, mentre Nanninella annota il conto di ognuno, il debito di tutti.  E poi c’è don Mario, che ospita frotte di bambini nel suo appartamento, in quelle che allora si chiamavano “scuole d’intrattenimento”, per compensare l’assenza di asili, ma che non chiede nulla alle famiglie, tutt’al più un po’ di pasta, di caffè.

“Perché le persone che emigrano fanno di tutto per nascondere e loro origini?”, si chiede Giuseppe, mentre le immagini scorrono, quelle dei nostri emigranti con valige di cartone, negli anni ’50 e ’60 che, appena giunti in stazione Centrale, a Milano, guardano colmi di stupore il grattacielo Pirelli.

Torna in mente l’icastica fotografia di Uliano Lucas, dell’emigrante che tiene contemporaneamente una valigia con una mano e un grosso scatolone sulle spalle, in primo piano con sullo sfondo il “Pirellone”. E tornano in mente i tanti personaggi della letteratura, come Ninetto, protagonista del terzo romanzo di Marco Balzano, L’ultimo arrivato, che ancora ragazzino deve abbandonare la Sicilia per cercare fortuna a Milano, e vivere da sradicato negli “alveari” delle grandi periferie anonime.

Il cortometraggio di Alessia Bottone non indugia più di tanto sui “nostri” emigranti e sovrappone a quelle immagini i volti, gli sguardi fissi degli immigrati che, fuggiti da guerre, dittature, miseria, cercano ormai da qualche decennio riparo in Italia: gli albanesi stipati in grandi bastimenti nel 1991, i siriani, gli afghani, i tunisini, che arrivano oggi su gommoni di fortuna, che tentano disperatamente di resistere alle onde, mentre la Ong Sea Watch li recupera in mare.

Il filosofo Emmanuel Lévinas affermava: «La vera natura del volto, il suo segreto sta altrove: nella domanda che mi rivolge, domanda che è al contempo una richiesta di aiuto e una minaccia». L’unica risposta possibile all’epifania del volto è l’accoglienza.

Frame tratto dal documentario La Napoli di mio padre.

In qualche modo colui che lascia la propria terra d’origine per cercare lontano una sorte migliore si porta dietro una cicatrice permanente e così, come ci confida Giuseppe, «per quanto lontano possiamo andare, torniamo sempre là, dove tutto è iniziato».

Giuseppe, però, dice che a lui è sempre piaciuto partire, non arrivare. Allora è proprio quello spirito che dovremmo recuperare. Anche lasciandoci suggestionare dalle immagini del documentario di Alessia Bottone.

di Simone Campanozzi

 

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