La riunione di redazione: che accade se diventa spettacolo?

4 Settembre 2020 • Editoria, in evidenza • Visualizzazioni: 99

di Teo Dalavecuras

La recente e assai creativa iniziativa della nuova Repubblica  di tenere in luoghi pubblici e “identitari” (l’aggettivo è double-face, in questo caso reca evidentemente una valenza positiva) come il Teatro dell’Opera di Roma, la tradizionale riunione di redazione, forse non ha ottenuto l’eco che pur meritava, sicché il nuovo direttore Maurizio Molinari ha avuto l’idea ulteriore di inviare agli abbonati online un video dedicato a questa nuova trovata, che si esita a definire “senza precedenti” solo perché ormai, grazie alle meraviglie della digitalizzazione globale, di qualsiasi cosa si trovano montagne di precedenti.  

Già, la digitalizzazioneSiccome da alcuni decenni – lo dico con nostalgia – non ho occasione di frequentare riunioni di redazione, mi chiedo se si tengano ancora oggi e se abbia ancora senso tenere questi appuntamenti piuttosto informali nei quali i “quadri” della redazione e i giornalisti più anziani” si incontravano per passare in rassegna i temi più importanti, soprattutto ma non solo di attualità, e il modo di affrontarli e si distribuivano i compiti: tutti intorno a un tavolo oppure seduti  davanti alla scrivania del direttore seminascosto dietro pile di giornali, riviste e mazzi di fotocopie, non molto diverso da quel che si vede in certi film d’epoca.  

Il San Francisco Chronicle nel novembre 1948.

La riunione di redazione

La trasformazione di questo antico rito quotidiano in uno show si presta a alcune considerazioni. 1. Offre la risposta, negativa com’era prevedibile, alla domanda che mi ponevo: se diventa spettacolo per il pubblico, la riunione smette di essere il luogo in cui si “fabbrica” il giornale. Come direbbe il genovese Beppe Grillo non si può succhiare e soffiare allo stesso tempo. Ma su questo punto si dovrà tornare, perché non è esattamente così: a certe condizioni si può. 2. Dà evidenza a un’ulteriore trasformazione del lavoro dell’addetto all’informazione, che oltre a “produrre” mette in scena una fase del ciclo produttivo. In altri tempi questa innovazione, se mai fosse stata accolta, avrebbe dato la stura a un conflitto sindacale destinato a concludersi col riconoscimento di una specifica indennità ma la digitalizzazione universale ha risolto anche questo fastidioso problema. 3. Ricorda un fenomeno che, in Italia, nelle grandi città, si era manifestato dopo la prima fase della Ricostruzione, quando a Milano, negli anni Cinquanta (del secolo scorso: è necessario precisarlo?) in Viale Regina Giovanna, inizialmente con capitali della famiglia Rockefeller, apriva al pubblico il primo supermarket realizzato e gestito secondo le sacre regole del mestiere importate dagli Stati Uniti 

In quegli stessi anni, sempre a Milano, accanto alle pizzerie con gestione rigorosamente meridionale, calate chissà perché in lignei arredi “tirolesi molto cosy, in funzione sin dal dopoguerra, aprì al pubblico, a pochi passi dal Duomo, una grande pizzeria-ristorante completamente diversa: arredamento modernoluccicanteplastica vetro e acciaio e soprattutto una cucina affacciata sulla sala da pranzo, da dove gli avventori potevano contemplare il personale mentre armeggiava ai fornelli. Al momento fece sensazione ma dopo qualche anno nessuno ci fece più caso: non era ancora stata inventata – grazie a una libera traduzione del termine anglosassone disclosure con trasparenza, che la comunicativa del giurista e presidente della Consob Guido Rossi inserì per sempre nel registro italiano delle parole di segno positivo. 

La redazione della “Gazzetta dello sport” nel 2014. Foto di Valeria Palumbo

La “trasparenza culinaria”

Mi scuso per la lunga premessa e vengo al dunque. Il risultato di questo micro-cambiamento, della “trasparenza culinaria” nel settore della ristorazione, fu la standardizzazione dei gesti degli “operatori” di cucina e del prodotto finale che veniva ammannito ai clienti, mentre i cuochi si avviavano poco alla volta e per conto loro lungo un percorso diverso che sarebbe sfociato nella nascita di una nuova élite, quella degli chef. Non a caso colui che ben si può considerare capostipite di questa nuova schiatta di “padroni dell’universo” (copyright Tom Wolfeil celebre autore del Falò delle vanitàma ce n’è in qualsiasi categoria merceologica, non solo nell’alta finanza) è stato l’indimenticabile Gualtiero Marchesi, che non nascondeva affatto la propria origine professionale nella grande industria alimentare di cui, proprio perciò, ben conosceva i risvolti. 

Per tornare ai giornali e ai giornalisti, temo che si trovino nella difficile condizione di promotori e al tempo stesso vittime di questa tendenza che viene da lontano e che li trasforma obiettivamente da un lato in confezionatori di contenuti standard, dall’altro in pubblici performer di questo “processo produttivo” e, prima di tutto, in araldi di una divisione del lavoro che fondamentalmente  consiste nella progressiva eliminazione di una professione nella sua dimensione ordinaria, media.  

Un tempo nell’ambiente circolava l’aneddoto del maggiordomo, inglese ovviamente, che si avvicina al suo nobile signore e gli sussurra in un orecchio: “nella hall ci sono dei giornalisti che desiderano incontrarla, e poi c’è anche un “signore” del Times”. Il sogno di tutti i giovani redattori era di diventare dei “signori” del Times: dal pub al ristorante a tre stelle; allo stesso modo in Italia il miraggio era il palazzo di Via Solferino che ospita la redazione del Corriere della sera, almeno finché, una cinquantina d’anni fa a qualcuno non venne in mente di allineare il linguaggio del quotidiano milanese a quello allusivo o esagerato o affabulatorio dei redattori dell’Espresso. Insomma, anche in quella professione funzionava, fino a alcuni decenni fa, quell’ “ascensore professionale” che era il contraltare dell’ascensore sociale. 

La redazione della rivista “Abitare” alla fine degli anni Sessanta, a Milano.

Com’è cambiata la riunione

Nel corso del tempo le cose sono cambiate, inavvertitamente ma in modo tale che oggi la professione è irriconoscibile. Come l’aiuto cuoco di un pur decoroso ristorante cittadino non può aspettarsi di arrivare, passo dopo passo, al grado chef stellato, semplicemente perché la carriera dello chef non passa più di lì, così il giornalista non può prepararsi quel futuro di gloria al quale magari il suo talento lo candiderebbe, semplicemente perché il successo, la celebrità e la ricchezza non passano dalla redazione e dal lavoro che nella redazione si svolge.  

Qualcuno a questo punto potrebbe chiedere dov’è rintanata, allora, la nuova élite che questa trasformazione necessariamente genera, per rimanere al parallelo con la ristorazione; in che mani è finita la “fascia alta” della comunicazione col pubblico? 

grandi temi, quelli che danno visibilità, sono affidati dai giornali con criteri che non hanno nulla di concretamente meritocratico. Sono affidatai premi Nobel presenti e futuriai Grands commis de l’Etatgli alti funzionari come può esserlo un presidente di un ente pubblico o – meglio ancora – di un ente sovrannazionale in genere chiunque rappresenti qualcosa, oppure alla categoria degli “editorialisti transnazionali”, emersa più di recente che trova in Bernard-Henri Lévy, nato filosofo, l’esponente più scintillante, al quale affiancherei il nostro Roberto Saviano e l’americano Paul Berman. Costoro inondano le prime pagine, e anche quelle interne, della stampa internazionale e lambiscono anche il nostro Sole24Ore e gli altri quotidiani nazionali. 

 

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