Giuseppe Zaccaria

Buongiorno, signor Zaccaria: la ringrazio per aver accettato questo colloquio.
Innanzitutto, le pongo una domanda abbastanza generica: il giornalismo unilateral raffrontato al giornalismo embedded. Le sue considerazioni, i pregi, i difetti.
(Z): E’ facile dirlo. L’embedding richiede, come posso dire, organicità, nel senso che chiunque faccia parte di un reparto armato deve per forza di cose sottostare alle regole di quel reparto. Alle regole in primis dell’esercito a cui quel reparto appartiene, e poi alle procedure di quel reparto specifico, e di conseguenza il cronista diventa parte dell’organismo militare.
Che io ricordi c’è stato un solo caso di embedding finito male, e finito male dal punto di vista dell’esercito, non del giornalista. E’ successo qualche anno fa a Falluja quando dei prigionieri vennero eliminati, uccisi dai marines e l’operatore che era lì, nonostante fosse embedded, diffuse una ripresa che gli era stata ufficialmente vietata. In quel caso il giornalismo ha prevalso sull’embedding.
In linea di massima trovo che l’embedding non sia una forma di ritorno al passato. Mi spiego. Fino praticamente al Vietnam, diciamo sicuramente fino alla Seconda guerra mondiale, il giornalismo di guerra era un giornalismo in divisa, cioè i cronisti erano coloro che ogni esercito usava per mandare notizie dal fronte in patria. Letteralmente.
Uno degli esempi più nobili di giornalisti italiani che han praticato l’embedment è stato Indro Montanelli, tanto per citarne uno, ma ce ne sono stati molti altri. Fino a quel punto il giornalismo di guerra era forzatamente di parte, tranne rarissime eccezioni. Ci furono solo alcuni casi di distacco dalla linea ufficiale del governo… Come accadde per alcuni cronisti inglesi che andavano ad osservare le colonie, ma generalmente il giornalismo di guerra era un giornalismo schierato.
Con il Vietnam invece è cominciato un altro giornalismo di guerra fatto anche da americani, nonostante fossero ovviamente dalla parte del loro Paese. Diciamo che l’esempio più clamoroso di questi ultimi anni, di questo ultimo scorcio di secolo, sia stata la Rivoluzione jugoslava, poiché lì, essendo i fronti molto mobili, essendo lo scontro sempre al limite fra guerra commerciale e guerra civile, il cronista andava dappertutto, anche dove non avrebbe dovuto essere.
Uno si trovava spesso in zone in cui non pensava di trovarsi, mi spiego?
 
Certamente.
(Z): E questo fatto ha aperto al giornalismo di guerra orizzonti completamente diversi,
che si sono richiusi abbastanza rapidamente. Faccio l’esempio della prima guerra del Golfo. Ma occorre tornare ad una premessa importante, che ho saltato del tutto: diciamo che il giornalismo di guerra contemporaneo ha un tester che pochi ricordano. Si tratta della guerra delle Falkland o delle isole Malvinas. In quell’occasione successe che gli inglesi, le Forze armate britanniche, accettarono di portare con sé un certo numero di giornalisti internazionali. Questi giornalisti vennero imbarcati a bordo dei mezzi della Royal Navy ed accettarono che i loro pezzi venissero sottoposti a censura militare. Il che si può giudicare come si crede: pur di essere lì, mi capisci anche tu… Si rinuncia a molta libertà.
 
Naturalmente.
 
(Z): Questa mi sembra sia la fase attuale. Credo che in questo momento non viviamo una fase di grande splendore nel cosiddetto giornalismo di guerra, però è anche vero che questo settore procede e si evolve in maniera molto ambigua. Ci sono fasi di top totale, ci sono fasi di declino e ripresa.
In genere questo avviene poiché si tratta di un genere di giornalismo molto oneroso, che comporta spese di viaggio, di soggiorno, assicurazioni. Così accade che giornali e tv tendano a limitare al massimo l’impiego di loro corrispondenti, quando è possibile. Ogni tanto però la guerra che irrompe nelle nostre case va seguita. Ed allora, bisogna impegnarsi. Non so se sono stato esauriente.
 
Certamente, anzi.
(Z): Un’altra premessa. L’ho detto mille volte. La definizione di giornalista di guerra la trovo onestamente stupida, nel senso che non c’è un giornalista che faccia solamente questo mestiere e basta!, sarebbe un menagramo fra l’altro. Secondo me ci sono dei giornalisti – anzi, dovrebbe essere così – che essendo specialisti in un’area, conoscendola a fondo, si occupano di quell’area anche in caso di guerra. Ed in quel caso si diventa giornalista di guerra, ma non è che esista uno specializzato in guerra, mi spiego?
 
Sicuramente. Dei “residenti”, potremmo dire.
(Z): Poi purtroppo nei giornali italiani, nei giornali soprattutto ma anche nella tv, c’è anche l’abitudine di pensare in questo modo: ‘Tu hai fatto già una guerra, vai a farmi anche la seconda, hai fatto l’esperienza di situazioni un po’ estreme e allora fai una seconda, poi una terza, poi una quarta’, si può anche fare così, ma non è che sia un atteggiamento prettamente intelligente.
Cioè, il fatto che io abbia seguito molto i Balcani non mi autorizza ad interpretare correttamente una guerra nel Medio Oriente, per dirne una. Questo volevo aggiungere.
 
La ringrazio. Le pongo una domanda che lei ha già toccato nel suo discorso. Recentemente, nelle ultime guerre in Afghanistan ed in Iraq, abbiamo visto che gli operatori della stampa sia cartacea sia televisiva hanno purtroppo subito delle gravissime perdite.
Questo fenomeno rischia secondo lei di imbrigliare, di compromettere il vostro operato?
(Z): Ha già imbrigliato. Voglio dire che l’eroismo non è per forza parte di questo lavoro, uno non è obbligato a fare l’eroe per il proprio giornale. Può darsi che un operatore si trovi anche a fare cose abbastanza assurde, ma di solito lo si fa per scelta personale o per passione, per coinvolgimento. L’altro discorso riguarda le aziende editoriali.
Le aziende editoriali – per essere brutali – se uno muore, pagano. Visto che negli ultimi tempi noi italiani arriviamo sempre per ultimi, ed è successo ad un sacco di giornalisti stranieri di essere uccisi, rapiti o che, da quando è capitato alla Sgrena in Iraq ed a Mastrogiacomo in Afghanistan, ecco che siamo tutti impazziti: oddio, oddio, oddio, che facciamo adesso. Mentre anche questo tipo di tristi episodi costituirebbe un punto di crescita: considerare la parte rischiosa del giornalismo di guerra come una parte ineliminabile. Non mi risulta che in Inghilterra o altrove ci siano crisi collettive se un giornalista viene rapito.
Ma noi siamo un Paese che va in tilt se muore un soldato all’estero, quindi immaginiamoci un giornalista. Ribadisco: non mi fa certo piacere se muore un soldato all’estero, ma allora in Inghilterra cosa avrebbero dovuto fare con tutti i morti che hanno avuto soltanto in Iraq in questi ultimi anni, per dire?
Per concludere, sottolineo che di conseguenza i giornali tendono attualmente a limitare al massimo l’uso di inviati in zone rischiose.
 
La domanda seguente concerne il rapporto tra l’inviato di guerra e le autorità locali, militari o civili. Questo rapporto, il controllo delle informazioni da parte di queste autorità che siano civili, militari, locali, che vengano da altre parti, come nel caso iracheno, è sempre molto forte, totale?
(Z): Dipende, dipende tantissimo da dove. Ad esempio, può essere pressoché totale in Iraq, se parliamo di fonti ufficiali naturalmente.
Sai, lì non è molto salutare andare in giro a chiedere: ‘Scusi, lei cos’è, uno sciita, un sunnita, cos’è?’, così moltissimi giornalisti si affidano alle fonti ufficiali, anzi ce ne sono alcuni che non vanno più neanche a Baghdad. In pratica arrivano all’aeroporto, l’elicottero li trasporta all’interno della Zona Verde e là rimangono, quindi contatto zero con la città, zero assolutamente zero.
Io in genere ho fatto altre cose, sono andato in alberghi… Uno dei quali è stato fatto saltare il giorno in cui sono partito, parlo del famoso Palestine – meglio che sia saltato dopo!-, c’è un pezzo memorabile di Bernardo Valli su questo, il più grande giornalista di Repubblica, che ha ottant’anni ma è grandissimo. Partimmo assieme quella mattina, e dopo un paio d’ore un camion bomba è arrivato e ha fatto saltare tutta la hall del Palestine.
Io in genere tendo ad andare in albergo, anche a Baghdad, ed a muovermi poco ovviamente, però in automobile quasi sempre e quasi sempre travestito da iracheno. Questo consiste nell’avere una interprete donna che viene a prendermi, così sembriamo una coppia irachena, diciamo così. Uno si infila una camicia a scacchi, non si fa la barba, non usa occhiali da sole, si prende una delle tante macchinette giapponesi che circolano là, può non dare nell’occhio e riesce più o meno a vedere, a sentire alcune cose, è già qualcosa – scusa intanto per la rude digressione.
 
Ci manca, grazie a lei.
(Z): Ma prego. Torniamo alle fonti, in Iraq per esempio. Il comando americano ogni giorno fa il suo briefing e racconta quali sono le sue posizioni, l’ordine del giorno. In altri luoghi, come la Serbia durante i cosiddetti bombardamenti umanitari del Kosovo, di cui ci pentiremo per i prossimi trent’anni, era un posto in cui, nonostante i cinquantamila poliziotti, in realtà ciascuno faceva quel che voleva, perché non avevano né le strutture, né la voglia di controllare, per cui grosso modo si girava in maniera più o meno libera, per lo meno a Belgrado. Quindi questo è assolutamente dipendente dalla forza dello Stato in cui ci si trova.
In Paesi più potenti l’atteggiamento delle autorità è quello che ci si può aspettare, se invece, come spesso accade, le cose sono più elastiche, più raffazzonate, allora uno ha molti più spazi di manovra. Questo è assolutamente reattivo, riguarda lo Stato o la forza dell’esercito di cui uno sta raccontando le gesta, diciamo.
 
Nel caso dell’esercito americano, britannico, italiano – in Iraq, piuttosto che in Afghanistan – quale è il rapporto con le truppe, con gli ufficiali dell’informazione?
(Z): Con quello americano il rapporto è molto amichevole e praticamente inesistente, nel senso: ‘Ciao’, bevi il caffè, dopo di ché al di là delle informazioni ufficiali non si va.
Come mi pare anche logico. Altro può essere il rapporto con il singolo ufficiale, può capitare.
Tale rapporto può essere più confidenziale, ma ad ogni modo è difficilissimo che emergano elementi in contrasto con i dati ufficiali. Questo almeno da quando il giornalismo di guerra, anzi, da quando l’informazione di guerra si è raffinata.
Quando parlo di informazione parlo non tanto e non solo del giornalismo. La questione è diventata molto più sofisticata di un tempo. L’elemento chiave è naturalmente la televisione, ovviamente le tv vengono aiutate a mostrare ciò che è utile venga mostrato, è la cosa più banale da capire. Senza arrivare all’embedding, ci possono essere per esempio troupes che arrivano in un certo luogo scortate dall’esercito, e pertanto è chiaro che l’esercito X porta la troupe a vedere le cose che vuole lui. Questo per quanto riguarda gli americani. Ho avuto rapporti con le truppe inglesi in Bosnia e me li ricordo un po’ meno gentili come approccio, gli ufficiali naturalmente, un po’ più formali, molto schematici nelle informazioni, assolutamente…
Cos’altro? I francesi sono già un po’ più latini, in questo, anche perché non hanno un’organizzazione straordinaria, ecco.
 
Invece, noi italiani?
(Z): Noi italiani ce la siamo fatta in questi anni, sposando alla fine la parte più rigida della pratica esistente tra giornalisti e militari. Non perché ci siano cose da nascondere in generale, anche se a dire il vero ogni tanto capita, come per esempio la faccenda di Nassiriyah, che non si è mai ben capita. Intendo non tanto l’attentato alla nostra caserma di Nassiriyah, quanto quello che era accaduto nei giorni precedenti, la famosa sparatoria sul ponte, l’ambulanza.
Dico soltanto che da noi si è sposata la linea più dura, non perché, ribadisco, ci siano grandi cose da nascondere, ma perché l’organizzazione è un po’ zoppicante. Si è creata una vera struttura dell’informazione delle Forze armate solo negli ultimi dieci anni attraverso le nostre missioni nei Balcani. E’ una conoscenza che è maturata anche tramite la missione libanese, là si è creata una struttura dell’informazione abbastanza improvvisata, che funziona. Però.. Però la pratica principale rimane quella del giornalista da controllare, non del giornalista da aiutare, il che costituisce comunque qualcosa di perfettamente comprensibile.
 
La ringrazio. Una domanda invece più logistica, più pratica, sulle moderne tecnologie di navigazione come il GPS, di comunicazione, come i satellitari, il Thuraya: che ruolo hanno nel suo mestiere?
(Z): Beh, ormai sono fondamentali, perché quasi tutti i conflitti in questa fase storica si svolgono in posti in cui le comunicazioni restano paleolitiche. Senza il satellitare non si comunica proprio, non c’è altro da fare.
Io poi sono in mezzo a due generazioni, perché ho 57 anni e sono stato un po’ sia nella coda della precedente che all’inizio di questa generazione. Mi spiego. Io ho lavorato in momenti in cui non c’erano proprio linee telefoniche, per dire, ai tempi in cui scrivevo dalla Romania quando cadeva Ceausescu, qualche pezzo lo dettai attraverso centrali telefoniche misteriose, con un telefono normale intendo dire, qualcun altro lo mandai con la famosa, antica telescrivente, quindi ho fatto anche questa interessante esperienza.
Oggi invece una solida linea satellitare è fondamentale, è fuori discussione. Anche, a parte tutto, la circolazione di informazioni di Internet, se non la tieni d’occhio ti taglia fuori, ti contraddice.
Almeno, dando un’occhiata ad Internet, più o meno so cosa succede attorno, grosso modo. Certo, non bisogna nemmeno limitarsi a riciclare il Web, come molti invece fanno.
 
La domanda a questo punto è obbligatoria. L’accesso a questa tecnologia, per esempio oscurare i canali, può essere anche usato come ostracismo? Come censura punitiva?
(Z): Lo è, lo è. E’ usato proprio come ostracismo. Per esempio quando è iniziata quest’ultima guerra americana in Iraq, arrivando alla frontiera ti sequestravano il satellitare che veniva consegnato ad un servizio dell’informazione, dove tu, una volta concluso il tuo pezzo, trasmettevi e te ne andavi via. Per esempio, già c’era un salto di qualità rispetto alla guerra precedente, quella del 1991. Dico questo perché nella prima guerra del Golfo il satellitare non poteva assolutamente entrare nel Paese, ne avevano due fissi al Ministero dell’Informazione, e stop. Una volta lì, tu sottoponevi il tuo articolo scritto ai censori, una volta verificato potevi trasmetterlo. La mia fortuna era che non avendo pesonale che parlasse italiano – mi era capito un censore che fingeva di parlare spagnolo, quindi faceva finta di leggere – potevo cavarmela egregiamente. Saluti e baci.
Invece per quanto riguarda il Gps, la navigazione, come spostarsi?
(Z): Ma no, a meno che non sia nel deserto del Gobi. Il GPS come bussola no, non viene usato quasi mai. Ripeto: a meno di situazioni del tutto estreme, ma insomma…
Ma su come è il giornalismo di guerra in Italia oggi possiamo anche andarci anche un po’ più sullo specifico se vuole…
 
Sicuramente, sarebbe interessante, grazie.
(Z): Guardi, è abbastanza facile. Finora ci sono stati tre giornali, tre principali testate. Parlo del Corriere della Sera, di Repubblica e della Stampa, oltre al Messaggero e il Giornale, anche il Mattino di Napoli per dire, che mandavano inviati di guerra con una certa continuità. Ma le cose sono presto cambiate. Hanno lentamente cominciato il Mattino di Napoli, il Messaggero, il Giornale a sospendere questi invii, adesso lo fa la Stampa, sempre per questioni di bilancio.
Pertanto sono rimaste essenzialmente in due, Corriere della sera e Repubblica. Stiamo parlando di una fase in cui il giornalismo stampato è in grande crisi o cambiamento, come ben vediamo. Quindi in Italia la pubblicità televisiva è assolutamente preponderante rispetto alla pubblicità su carta stampata, manca la legge che regoli queste cose, non se ne frega più nessuno, di conseguenza stiamo diventando o siamo diventati decisamente una una tribù televisiva, con tutto il male…
Non mi dilungo neppure per un secondo su quello che sta provocando questa roba! (Ride).
Di conseguenza, per la somma di queste ragioni, si sta restringendo anche il giornalismo estero. Adesso le faccio un esempio. Se lei guarda i giornali di questa fase – tutti – tutti hanno il delittaccio in prima pagina che va avanti settimane – una volta Cogne, adesso c’è quello di Perugia – va avanti settimane, io non ricordavo queste cose negli anni ’60.
 
E’ verissimo, c’è un notevole accanimento su alcuni fatti di cronaca.
(Z): Negli anni ’60 c’era il delittone che andava avanti per mesi, poi la cosa giustamente si è orientata. Per carità, sono impressionanti, il giallo appassiona il pubblico, però non si può esagerare nel tempo, per settimane. Tra l’altro con tutto quello che adesso provoca contro la nostra privacy, per come crea uno squallido voyeurismo, ecc.
Ci sono fenomeni mostruosi che si sviluppano da questo. Fatto sta che da anni tutti i giornali italiani prendono un tema e lo portano avanti per settimane. Anche questo è un segno, dal mio punto di vista, di arretramento, perché essendo il sesto o settimo Paese industriale nel mondo, ci comportiamo come se il resto del mondo non esistesse.
 
Le pongo l’ultima domanda.
 
(Z): Prego.
Tutte le sue esperienze nei viaggi di guerra, in Indonesia, Timor Est, i Balcani di cui mi parlava, la guerra nel Golfo… E’ possibile individuare un comune denominatore, un’impressione, un’abitudine, un qualcosa che può accomunare queste esperienze?
(Z): Lei intende dal punto di vista personale?
 
Sì, qualsiasi cosa in comune.
(Z): Ma questo non credo, onestamente no, no. Voglio dire, ci sono luoghi che mi hanno coinvolto di più e luoghi che mi hanno coinvolto notevolmente di meno, assolutamente. Ci sono luoghi che addirittura amo, nonostante abbia passato momenti duri e brutti, per esempio sono rimasto legatissimo a tutta l’area balcanica, per dire. Mentre l’area mediorientale, nonostante l’abbia battuta ugualmente, forse anche di più nell’arco degli anni, non è una cosa che mi emozioni personalmente, se è questo che voleva sapere…
Sì, certo. 
 
(Z): Ognuno poi si muove in base ad affinità caratteriali, culturali, roba così.
 
Ultimissima domanda, ma personale. Un consiglio ad un ragazzo, uno studente che volesse intraprendere questa carriera, cosa consiglierebbe?
(Z): Quale carriera?
 
Di giornalista e di inviato all’estero.
(Z): Ma a occhio e croce, di lasciar perdere. Per carità, io mi ritengo uno fortunato, ho fatto uno dei mestieri più belli del mondo, e mi è capitato di farlo anche a lungo, farlo per un ventennio, però oggi già un giornalista che si accosta a questo lavoro è un impiegato sottopagato, uno che deve stare attaccato ad Internet ad inventarsi, tanto per essere concreto, la cazzata del giorno!
Le dico questo perché credo che il giornalismo debba esser fatto di verifica, di movimento, di contatto con la realtà, tipo il famoso marciapiede come si diceva una volta, mentre oggi rimangono soltanto Internet e l’elaborazione.
Se lei dà un’occhiata ai giornali, si accorgerà che oggi la notizia è una specie di tabù, conta più il risvolto, per essere pratici, è come se non si raccontasse più la partita di calcio, ma si facessero soltanto gli spogliatoi. Solo che la partita di calcio si vede in televisione, la vita no.
 
Signor Zaccaria, la ringrazio per la sua cortesia e la sua collaborazione a questa mia intervista, e le auguro buon lavoro.

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