Primo Carnera: l’italiano sul trono del pugilato nel 1933

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«La data stabilita è il 29 giugno 1933, iniziamo l’allenamento per l’incontro più importante della mia vita e mi metto al lavoro con tanta risoluta volontà che mi pare di essere già campione…».

di Valerio Marchi

È così che Primo Carnera introdusse, nelle sue memorie, l’evento che aveva rappresentato non solo l’apice della propria carriera pugilistica, ma anche uno dei momenti più rilevanti dello sport italiano: al Madison Square Garden di New York, in quel 29 giugno di 90 anni fa, un pugile italiano era salito per la prima volta sul trono mondiale, e ci sarebbero voluti 56 anni prima di vedere un altro italiano – Francesco Damiani – conseguire lo stesso risultato per la categoria dei massimi.

«Poi dopo tanto lavoro instancabile ed enormi sacrifici ho raggiunto il mio sogno», continuava Carnera, il quale, con la sua proverbiale spontaneità e umiltà, ha raccontato anche la commovente reazione all’annuncio dello speaker che lo aveva dichiarato campione contro il bostoniano Jack Sharkey (KO alla sesta ripresa): «La mia emozione era così grande che le gambe mi tremavano, e non potendomi più sorreggere, ho dovuto aggrapparmi ai miei secondini. Questo è durato solo pochi secondi, dopodiché mi avviai verso i camerini, cioè trasportato a spalle come un fantoccio, tanto l’entusiasmo era grande, specie nella colonia italiana…». L’incredibile forza di volontà di Primo e la sapiente regia mediatica del suo entourage avevano dato l’effetto sperato.

29 giugno 1933

La data del 29 giugno rappresenta peraltro una singolare ricorrenza. Il 29 giugno 1920 Carnera, spinto dalla fame, emigrò dal Friuli in Francia, dove fra le altre cose aveva lavorato come attrazione in un modesto circo, impersonando personaggi pittoreschi quale «Juan lo spagnolo, terrore di Guadalajara». Era il 29 giugno 1928, poi, quando – sollecitato e guidato dall’ex campione di boxe Paul Journée e dall’influente manager Léon Sée, che scommisero su di lui nonostante lo scoraggiante livello atletico di partenza – lasciò quel baraccone ambulante per avviarsi alla boxe professionistica. Il 29 giugno 1967, infine, suonò per lui «l’ultimo gong», come disse in occasione della morte del Campione Enzo Tortora (all’epoca conduttore della Domenica Sportiva e ancora lontano dalla vergognosa vicenda che lo avrebbe ingiustamente condotto alla gogna mediatica e in carcere).

E possiamo altresì ricordare che nel 29 giugno 1956 Primo di Sequals, all’epoca affermato lottatore di catch (in pratica l’odierno wrestling, specialità alquanto teatrale, che gli era congeniale e di cui ottenne il titolo iridato) trovò un erede di livello mondiale nella boxe: Mario D’Agata (pesi gallo), secondo pugile italiano sul tetto del mondo.

210 centimetri di fama

Carnera era alto un paio di metri (la misura al centimetro rimane stranamente imprecisata). Ora, se ipotizziamo un rapporto con l’attuale altezza media nel suo Friuli – era nato infatti nel 1906 a Sequals, all’epoca in provincia di Udine, poi di Pordenone – può voler dire oggi più o meno 210 centimetri (non privi di problemi, giacché era affetto da acromegalia, o gigantismo). Il suo nome divenne proverbiale, un modo di dire: «È come un Carnera… Ma chi ti credi, Carnera?… Mangia, se vuoi diventare Carnera!». Aprendo un dizionario, si può trovare alla voce «Carnera»: «Persona di corporatura e eccezionalmente grande e robusta».

Famosissimo (si cimentò anche nel cinema, a teatro, in televisione, nella pubblicità, e divenne persino un fumetto), Carnera sapeva stare al gioco senza sporcarsi le mani nel circuito forza-spettacolo-popolarità, in un mondo di furfanti e approfittatori. E in quel mondo rappresentò tutto e il contrario di tutto, anche a seconda delle sue alterne fortune: “Montagna che cammina”, certo, ma per qualcuno anche “Torre di gorgonzola”; “Golia del Colosseo”, oppure “Colosso d’argilla” (o “di maccheroni”); “Gigante buono” – e tenero e generoso, oltre che affabile, comunicativo ed ironico, lo era davvero – ma, al tempo stesso, “Gigante dalla mascella di cristallo”; “Uomo più forte del mondo” e “Fenomeno da baraccone”; “Idolo delle donne” e “Frankenstein del ring”… Nulla, comunque, poté impedirgli di rimanere un mito, sino ad oggi.

Gli anni in «camicia nera»

Inutile dire che nei primi anni Trenta un fenomeno del genere, capace di toccare la vetta del mondo, faceva molto comodo al fascismo: «Primo Carnera offre all’Italia fascista il titolo mondiale assoluto. L’entusiasmo del Friuli per la superba vittoria»: così intitolava Il Popolo del Friuli (versione friulana del Popolo d’Italia) in occasione del trionfo del 1933. A Sequals e altrove la gioia «eruppe incontenibile» con un corteo e un’auto imbandierata, tappezzata di immagini del Campione. Mussolini, dal canto suo, si congratulò con un telegramma indirizzato «alla nostra camicia nera vincente».

Il regime lo rese dunque un formidabile strumento di propaganda, l’emblema dell’improbabile «uomo nuovo» di «razza italica»: virile, titanico, invincibile… salvo poi scaricarlo (e così fece anche lo staff di Primo, ma non la gente, che lo amò per sempre, sentendolo profondamente suo) dopo le disfatte del 1934 e del 1935 contro due rivali – uno ebreo, Max Baer, l’altro di colore, Joe Louis – che, sgretolando la Montagna italiana, sbugiardarono le teorie razziali fasciste.

Amò soltanto Pina

Circa le donne, Primo ebbe un unico, grande amore: quello per Giuseppina-Pina Kovačič (1913-1980), nata a Santa Lucia di Tolmino (oggi Most na Soči, in Slovenia), conosciuta alla fine del 1938 e sposata l’anno successivo, quando ormai la carriera di pugile era di fatto tramontata. Donna dolce, ma anche alquanto energica e avveduta, Pina mise in ordine pressoché tutto: affetti, famiglia e questioni economiche. Non ci fu più spazio per procuratori furbi e disonesti (o «parassiti», come lì definiva Carnera nelle sue memorie). Tutto ciò che Primo ricomincerà a guadagnare dopo la guerra sarà amministrato con oculatezza proprio dalla moglie, con la quale ebbe due figli: Umberto Ernesto (1940-2009) e Giovanna Maria (1943-2017). Si trattò di un legame costante e profondo, che anche nei momenti più difficili tenne sempre forte e salda la famiglia.

«Io quella ragazza l’ho amata profondamente dal primo abboccamento – ricordò Carnera –, talmente sono stato colpito dal suo sguardo sincero e onesto… Ero tutto felice di aver finalmente conosciuto la ragazza che era destinata a me… Per me, dopo averla conosciuta non c’era altro al mondo che lei». Poi, nel giorno del matrimonio, quando Primo la vide arrivare gli parve che «per un momento un angelo dal cielo fosse sceso, tanto era bella»; allora le andò incontro ma – ha scritto – «avevo quasi paura di toccare quella creatura tanto bella; alla fine mi feci coraggio e le diedi un bacio, poi uscimmo dalla porta principale della casa per avviarci verso la Chiesa». E infine, dopo la cerimonia: «Finalmente eravamo soli, facendo un gran sospiro, abbracciandoci teneramente e stringendoci forte forte l’uno all’altro, giurando di amarci sempre con grande devozione».

«Questa è la boxe, questa è la vita»

Di là dalle accuse (talora fondate, ma non risultano vere responsabilità di Carnera) di incontri addomesticati e intrecci malavitosi, il colosso friulano pensò solo a lavorare, sacrificandosi con feroce applicazione, senza mai dimenticare i valori della famiglia e le umili origini. Dirà: «I pugni si danno e si prendono. Questa è la boxe, questa è la vita. Ho preso tanti pugni, veramente tanti; ma lo rifarei, perché sono serviti a far studiare i miei figli». La figlia Giovanna Maria dichiarò: «Lo adoravo, ero rapita dal suo coraggio e dalla sua forza, sia fisica sia spirituale… Ci ha insegnato che nessuno rimane in cima per sempre e che il vero carattere di una persona si giudica da come affronta la discesa». E difatti nel 1935, sconfitto da Joe Louis, Primo aveva dimostrato la sua grandezza interiore dicendo: «Ora sono un uomo». Non l’aveva detto dopo una vittoria, ma dopo quella bruciante sconfitta che aveva segnato, di fatto, la fine della sua carriera di pugile.

Circa i figli di Carnera, occorre ricordare che, con lo scopo di aiutare a studiare ed a costruirsi un futuro i giovani di famiglie disagiate, essi istituirono la Fondazione Primo Carnera: dapprima negli Stati Uniti, poi trasferita in Italia, sempre per aiutare i ragazzi meritevoli a farsi strada nello sport e nella vita.

Dalla vetta del mondo all’«ultimo gong»

Concludiamo con altri suggestivi e acuti ricordi lasciatici da Enzo Tortora, il quale, ricevuta la notizia che Primo, gravemente malato, sarebbe rientrato dagli Stati Uniti a Sequals per morire nella terra in cui era nato, scrisse che il Gigante buono tornava «guidato da un misterioso, commovente istinto, all’angolo del primo round» per raccogliere «la sua vittoria più grande: l’affetto della gente che gli vuole bene»: fu lui – aggiunse – «il Superman, il Batman dei nostri minianni», perché era un «ciclope buono, mite» al quale qualcuno (i gerarchi fascisti) aveva tentato, a suo tempo, di «appendere una ideologia ai suoi bicipiti, grandi quanto la sua pazienza», ma senza riuscirci, perché «Carnera era prima di tutto Carnera. E Carnera è di tutti», come dimostrava il fatto che il suo nome era diventato «epoca, aggettivo e proverbio: una sorte, questa, che tocca solo agli eroi schiettamente popolari, che seppero essere gente con la gente e diventare misteriosamente proprietari dei nostri sogni».

Valerio Marchi

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