Circe: cento anni fa un’inchiesta per capire le ragioni di una donna

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Cento anni fa Mondadori pubblicò un pionieristico romanzo-reportage, Circe, che non passò inosservato. Ma che oggi dovrebbe attrarre di più la nostra attenzione: perché inaugurava in qualche modo il “long form journalism”, ovvero la lunga indagine giornalistica.

Annie Vivanti

L’inchiesta di Annie Vivanti

Non a caso era uscito a puntate, ben 16 anni prima sul Corriere della Sera. E tentava di spiegare che cosa si nascondeva, di umano, sociale e culturale, dietro la decisione di una donna di rendersi complice di un delitto. Lo firmava la scrittrice, poetessa, giornalista e attivista Annie Vivanti e raccoglieva la confessione-intervista della nobildonna russa Maria Tarnowska che era finita sotto processo nel 1910 in Italia per aver fatto uccidere un suo presunto promesso sposo per una polizza sulla vita.

Figlia di mazziniani

Anna Emilia, Annie, Vivanti (1866-1942) era la quarta figlia di un esule mazziniano, Anselmo, e della scrittrice Anna Lindau, era una donna aperta e progressista. La madre aveva organizzato un salotto culturale a Londra e fu in stretta corrispondenza con Karl Marx. Scriveva soprattutto racconti per l’infanzia. Ma lasciò anche un reportage di viaggi: A Journey to Crete, Constantinople, Naples, and Florence: three months abroad, tre mesi tra Istanbul, Creta, Napoli e Firenze.

Cosmopolita

Pure la figlia, Annie, viaggiò moltissimo; visse tra l’Italia, l’Inghilterra, la Svizzera e gli Stati Uniti. Nel 1892 sposò l’irlandese John Chartres, uomo politico, giornalista e in seguito attivista del Sinn Féin, il movimento indipendentista irlandese fondato nel 1905. Dopo il matrimonio visse quasi vent’anni tra Gran Bretagna e Stati Uniti, scrivendo solo in inglese: romanzi e opere teatrali. Tutti di successo e molto imitati. La solita acuta e perfida Matilde Serao aveva coniato un termine per definire le sue epigone, autrici di romanzi di consumo: le “vivantine”.

La denuncia degli stupri di guerra

Tra i tanti temi di cui si occupò (fu la prima a denunciare gli stupri di guerra, per esempio) Vivanti seguì appunto la vicenda della contessa russa. Il 20 maggio 1910, Maria Tarnowska, riconosciuta «isterica e seminferma di mente», fu condannata a otto anni e quattro mesi. L’esecutore materiale, Nicholas Naumov, fu anch’esso giudicato seminfermo e condannato a tre anni e un mese.

Maria Tarnowska

La “mangiatrice d’uomini”

Scontata la pena e riparata in Argentina, Maria morì, molti anni dopo, nel 1949, dimenticata. O meglio: il settimanale Oggi le dedicò una pagina in cui, ignorando tutto quello che Vivanti aveva scoperto nella sua indagine, rinnovava il racconto di una mantide senza pietà, caduta in disgrazia e inevitabilmente sfiorita, come se per lei la vecchiaia fosse stata una punizione e non un processo naturale, e definendola ancora una “mangiatrice d’uomini”.

La visita in carcere

La storia, all’epoca aveva scatenato la stampa e i pruriti di un’opinione pubblica tanta avida di cronaca nera quanto pronta a scandalizzarsi. Nel 1911, Annie Vivanti ottenne il permesso di visitarla nel carcere di Trani. Durante la visita, che divenne poi il soggetto del racconto Visita ad una penitente, la contessa consegnò ad Annie un suo memoriale. Vivanti ne trasse, appunto, un reportage, sia pure in forma letteraria. Fu una difesa di Maria: Annie ripercorse la sua vita e arrivò alla conclusione che fosse una vittima, prima della famiglia e poi di un marito sadico e violento che l’aveva ripudiata.

Un’altra versione

Il testo uscì con il titolo Marie Tarnowska, in appendice al quotidiano francese Le Journal e fu poi pubblicato in volume. In esergo vi appare una frase della contessa Lara (1849-1896), il cui destino di donna tradita, scacciata di casa, perseguitata dalla fama di “scandalosa” e, alla fine, uccisa da un amante tanto violento quanto avido di denaro, ricordava molto quello della nobildonna russa: «E or, che dio mi tolga la memoria».

La paura di Circe

Il libro di Annie Vivanti fu tradotto in italiano con il titolo Circe. Pubblicato prima a puntate sul Corriere della Sera, a partire dal settembre 1912, fu poi edito in volume dall’editore Quintieri e poi, dal 1926, da Arnoldo Mondadori. Il titolo si riferiva alla maga della mitologia greca, simbolo della paura degli uomini di essere raggirati dalle donne, ma anche della loro presunzione che, soltanto se “stregati” o ingannati, possano esserne sottomessi.

Lo scalpore

L’opera fece così scalpore che Vivanti ne scrisse un’appendice, Perché scrissi Circe, pubblicata sul periodico La Donna. Nel romanzo, scritto con più asciuttezza di sue opere precedenti come Vae Victis (forse il memoriale della Tarnowska aveva influito), la decisione di Maria di rendersi complice del delitto è legata a uno scambio scaramantico con la salute del figlio Tioka. È evidente che Annie non riuscì a condannarla, benché fosse rea confessa. Il libro termina con una frase di Gesù, secondo il Vangelo di Giovanni: «Donna, perché piangi?». E Vivanti commenta: «Mite e grave la domanda eterna si rivolge ancora a tutte le donne. E nell’austero rimprovero sfolgora, silente, una promessa». Aulico, ma solidale.

Valeria Palumbo

 

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