Legione straniera: i due fratelli italiani che morirono in Indocina

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Nel cimitero cristiano di Saint-Eugène, ad Algeri, una sezione è dedicata ai soldati della Legione straniera. Non è lungo soltanto l’elenco dei posti in cui hanno combattuto, sempre per la Francia, prima di ritrovarsi sepolti qui. Ma è anche incredibile la diversità delle loro origini. Ognuno aveva un motivo buono per scappare dal suo Paese e dal suo passato. La voglia d’avventura non era spesso il più importante. Per molti era di gran lunga preferibile rischiare la morte che marcire in qualche carcere.

Tra loro anche molti italiani. Il 12 settembre 1951 il settimanale Oggi pubblicò un lungo articolo sulla morte di due legionari italiani,  fratelli Alberto, il maggiore, e Angelo Avaldi.

Alberto Avaldi, nato a Milano il 26 aprile 1920, morto a Bai Thao, nel Tonchino, il 5 aprile 1951, e, a sinistra, suo fratello Angelo, nato a Milano il 25 giugno 1925, ucciso nello stesso giorno.

Il racconto di Oggi, firmato da Franco Di Bella, sintetizza molto bene quanto il colonialismo e il disprezzo per le aspirazioni all’indipendenza dei popoli extraeuropei fosse ancora radicato in Occidente.

«Appena giunto con la sua compagnia nell’interno del Madagascar, ai margini della giungla e a cinquanta chilometri da un campo di ribelli malgasci, Alberto Avaldi, il numero 50.799 della Legione Straniera, si preoccupò di tre cose: volle sincerarsi che il fratello minore Angelo, legionario numero 50.800, si fosse sistemato vicino alla sua tenda, scrisse una lettera alla sorella Piera perché gli facesse sapere al più presto come andavano Coppi e l’Inter, poi corse a comprarsi tre mogli a quaranta franchi l’una».

Il giornalista aggiungeva che si trattava di episodi tratti dall’epistolario di dei fratelli milanesi Alberto e Angelo Avaldi, due giovani di Affori «morti per la Francia in Indocina, o meglio – come la Legione usa comunicare ai congiunti dei caduti nel suo retorico linguaggio burocratico – “tombés au Champe d’Honneur”».

Recuperare il racconto è dunque doppiamente interessante: per la storia stessi di questi due milanesi che appartenevano a una generazione sconvolta dalla guerra e di cui abbiamo velocemente dimenticato i guai.

«Vivevano come sbandati dall’otto settembre del ’43 ed erano stanchi di quell’esistenza squallida e incerta: raggiunta una formazione parmigiana in Val d’Ossola subito dopo l’armistizio, avevano combattuto con Moscatelli (il mitico comandante partigiano Cino Moscatelli, detto il “Garibaldi della Valsesia”, ndr), contro i tedeschi, ma il 25 aprile aveva serbato loro amare sorprese. Tornati a Milano avevano trovato la casa sbriciolata da uno degli ultimi bombardamenti, la madre in un ospizio, la sorella all’ospedale, il padre al cimitero. Dalle macerie del palazzo che li aveva visti crescere i pompieri avevano estratto un morto, il vecchio padre, e due donne ferite e sconvolte, la signora Avaldi e la figlia Piera. Pure bisognava trovare il modo di campare».

Di nuovo: altro che spirito d’avventura. Certo, si poteva trovare altro. Ma per chi ha imparato il mestiere delle armi, sparare resta un a soluzione. Soprattutto se, come nel caso degli Avaldi, in mezzo c’era pure stato un imbroglio ai danni del prevosto della parrocchia. Da qui la fuga in Francia e, poco dopo, «la prima lettera da Sidi-Bel-Abbés, l’infernale campo di addestramento della Legione straniera alle soglie del Sahara». Il principio della Legione era proprio quello: non ti chiedo da dove vieni né perché sei qui, ma poi tu ti batti sino alla morte per la Francia. E con l’impero coloniale che faceva acqua da tutte le parti, soprattutto dopo che, per vincere la guerra, De Gaulle e i suoi avevano promesso la libertà a tutti i popoli sottomessi i cui uomini erano stati buttati nella fornace del conflitto, la Francia aveva davvero bisogno di nuova carne da macello.

Gli uomini iniziano a morire già con le iniezioni fatte al campo. «L’addestramento è durissimo, l’ambiente ostile e diffidente, la paga scarsissima (trentaquattro franchi al giorno compresi i ventitré franchi per le sigarette): non spira un soffio di umanità nelle arroventate camerate di Sìdi-Bel-Abbés, gli istruttori sono per lo più tedeschi massicci e spietati, ve n’è anche di italiani ma sono peggiori degli altri, parlano soltanto francese, anche in libera uscita, anche nei momenti di riposo, in ogni ora del giorno e della notte». Fuggire è impossibile: le dimissioni non sono ammesse. Chi dovesse riuscire ad arrivare ad Algeri, sarebbe quasi certamente venduto da una spia e riconsegnato. Le punizioni sono tremende.

Ma il peggio deve ancora venire: la palude malarica e poi la giungla in Madagascar. «Nella giungla la Legione dà la caccia ai bufali, ai cinghiali e alle tribù dei rivoltosi. Cinque mesi nella foresta, fra imboscate e sparatorie. Di tanto in tanto qualche puntata per attaccare, incendiare e distruggere un campo ribelle. I malgasci lottano con ogni arma, anche con pietre e frecce avvelenate. “Ci sembra di vivere in un film, ma questi pitoni e questi serpenti piccolissimi che ti mandano al creatore in venti secondi non mi piacciono…”». Mentre gli Avaldi si struggono di nostalgia per l’Italia e Milano, i malgasci lottano per l’indipendenza: l’avevano persa nel 1896 dopo furiose battaglie. La loro regina, Ranavalona III (avevano quasi sempre avuto regine), per coincidenza, era andata a morire, nel 1917, ad Algeri ed era stata sepolta non lontano dalle tombe della legione straniera.

La legione si comporta come si comportano tutte le truppe coloniali: bruciano, uccidono, stuprano. «La guerriglia non ha tregua: sperduti nella foresta, abbandonati per intere settimane i legionari vengono riforniti per aereo. Piovono dal cielo gallette e lettere. Venti ore di marcia nelle risaie, imboscate, furibondi scontri coi malgasci, ancora morti e incendi di villaggi». Altro che la Resistenza italiana. Scrive uno dei fratelli a casa: «Vaghiamo per il mondo sotto un’altra bandiera, in mezzo a gente e razze che si odiano. Qui esiste soltanto la legge del più forte e del più prepotente. Se ti mostri debole, titubante, compassionevole sei perduto, cuore non ne devi avere e mai devi tendere la mano per soccorrere qualcuno. Se domani ti trovi in disgrazia sei tu solo che te la devi sbrogliare, gli altri cercano solo di renderti dura la vita e ti deridono se hai aiutato qualcuno che stava peggio di te».

Scrive Di Bella: «Più delle fucilate e delle frecce dei ribelli il clima è il nemico vero dei legionari. I fratelli Avaldi trascorrono i loro giorni fra cicloni e uragani, fra epidemie di peste e di poliomielite, fra cimici e zanzare, con gli invisibili ribelli appostati sulle cime degli alberi e micidiali serpentelli annidati a pochi passi dalla tenda. Incombono, terribili, le febbri palustri: Alberto finisce all’ospedale; perde quindici chili di peso, sta alcuni giorni fra la vita e la morte. Ciccio (Angelo, ndr) riesce per il momento ad evitarle: ingoia rhum a litri e fuma cinquanta i sigarette al giorno. Ma non c’è tempo per la convalescenza del legionario 50.799. Appena dimesso dall’ospedale Alberto viene rispedito nella giungla, venticinque giorni di marce senza mai levarsi le scarpe; se le gambe si rifiutano di andare avanti c’è la borraccia del rhum che pensa a farle muovere».

In più si scatenano i litigi con i legionari ex nazisti, che rimproverano agli italiani di aver loro fatto perdere la guerra. Le scazzottate sono feroci e all’ordine del giorno. Alberto finisce pure in coma etilico dopo una rissa. Molti, a forza di bere rhum, impazziscono. Ma il problema maggiore sono gli attacchi di malaria. «Quando nell’estate del 1949 – a missione terminata – ripartono per il continente africano sono entrambi in pietose condizioni fisiche». Non ci sono licenze: si fa rotta per Gibuti e si resta in quarantena perché a terra infuria un’epidemia di febbre gialla. Poi un lunghissimo viaggio di ritorno fino ad Agadir per scoprire che si riparte subito. Destinazione: Indocina.

Lì la guerra è ancora più feroce. Con un sostanzioso ruolo delle donne. Di Bella la racconta tutta dalla parte dei legionari. Ma non c’era bisogno che arrivassero gli statunitensi per capire che il torto è dalla parte degli aggressori. «Nessun europeo può immaginare la guerra che si fa quaggiù, è la più inumana delle guerre, quella del giallo contro il bianco,..»: così scrive Alberto che ha già messo in conto di morire con il fratello. Scrive Di Bella: «Non c’è pace in Indocina, né fra le risaie, né nelle città. Nelle sale dei cinema frequentati dai legionari, ragazzi e bambine lanciano bombe a mano; nei loro discreti “cottage” sfingee bellezze annamite offrono amore e pugnalano alla schiena. Al delta del Fiume Rosso i ribelli vietnamiti sfuggono il combattimento per assaltare il campo fortificato della Legione durante la notte. Non si dorme più, si scatta in piedi al più piccolo fruscio, i nervi sono scoperti, la fantasia esasperata segue il filo dei pensieri più ossessionanti, alimentati dalle notizie sulle atrocità compiute dalle donne dei ribelli sui legionari feriti o catturati». È Pasqua.

Alla fine ai due fratelli resta solo la disperazione: «Ormai non importa più nulla. Ci hanno detto che un legionario è fatto per morire e quando si arruola deve dimenticare anche sua madre, dunque si è un gradino al di sotto delle bestie». Aggiunge Di Bella: «Inizia l’agonia. L’ultimo scritto è del due aprile, quarantott’ore prima della fine. “Sentiamo scoppiare attorno a noi le cannonate, è la nostra artiglieria che fa il fuoco di sbarramento. Attendiamo che i ribelli vengano ad attaccarci in forze. Fra poco comincerà il ballo anche per noi. Addio. Angelo, Alberto».

A casa non arriva più nessuna notizia, fino metà luglio: «Sono caduti tutti e due insieme, nello stesso posto, nello stesso giorno, cinque aprile millenovecentocinquantuno, a Bai Thao, Tonkino. Luogo d’inumazione: cimitero di Haiduong».

 

 

 

 

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