Frontiere? Sono sempre state mobili

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“Difendere le frontiere” è diventato un refrain della politica contemporanea. Ma al di là del fatto che è anche stato sempre il motivo per cui scatenare guerre, la verità è che sono un concetto non universale, complesso e mutevole. Molti popoli, in particolare quelli nomadi, non ne hanno mai sentito il bisogno. Quelli stanziali le hanno modificate di continuo.

La più antica ha 1.720 anni: è la frontiera tra Spagna e Portogallo. Fu stabilita nel 1297 con il Tratado de Alcañices tra María de Molina, combattiva reggente nel nome di Fernando IV, re di Castiglia (che allora aveva 11 anni) e Dionisio I del Portogallo, che forse avrebbe preferito fare il poeta anziché il sovrano e che riuscì a evitare le guerre al suo Paese ma non le lotte intestine tra i suoi figli.

Tratado de Alcanises, 1297.

Dal 1297, al netto della riunificazione spagnola e di qualche piccola modifica, è rimasta la stessa. Tutto il resto, in Europa, come nel mondo, si è mosso. Perché se la parola “frontiera” evoca qualcosa di minacciosamente rigido, non c’è nulla che si sposta come le frontiere. Spesso a prezzo di conflitti sanguinosi. E spesso di pochi chilometri. Ma, molto più di frequente e molto più di recente di quanto, forse, pensiamo.

A questo tema fu dedicata la seconda Winter school per adulti, organizzata a Milano, presso il Circolo De Amicis, dall’Istituto lombardo di storia contemporanea e dalla Fondazione Aldo Aniasi, assieme all’Istituto nazionale Ferruccio Parri e all’Isec. Il corso fu affidato al professor Marcello Flores, vide la partecipazione del celebre inviato del Corriere della Sera Lorenzo Cremonesi, e una lezione sulla “versione femminile” delle frontiere di Valeria Palumbo. Faceva parte di un ciclo di aggiornamento per docenti e giornalisti che avevano come obiettivo di crescita della “cittadinanza”: raccontare la storia, per evitare che i miti inducano a scelte politiche avventate.

Uno dei miti è proprio quello che i confini nazionali, regionali o addirittura comunali, siano gli stessi da sempre o da lungo tempo. L’Italia, tanto per cominciare, ha oggi frontiere stabilite con il Trattato di pace di Parigi, firmato, dopo la sconfitta, il 10 febbraio 1947. Fu un accordo severo con l’Italia, che puniva le folli mire espansioniste del Fascismo e della monarchia sabauda (Vittorio Emanuele III si era fatto incoronare imperatore d’Etiopia e re d’Albania) e che riconduceva l’Italia dietro confini più stretti di quelli ottenuti dopo la sanguinosa Prima guerra mondiale. L’Italia perdeva le colonie e i territori occupati, ossia terre che non le spettavano. Ma anche zone tradizionalmente di lingua e storia italiana, come il comune di Tenda che, dal 1754 era stato dei Savoia e prima della contea di Ventimiglia e quindi della famiglia Lascaris di Ventimiglia e che, con l’Unità era confluito nel Regno d’Italia. Anche in questo caso insomma, difficile stabilire reali o durature appartenenze.

Invece ad Alcañices, Dionisio dovette cedere alle minacce di María de Molina e smettere di appoggiare Juan de Castilla, che si era proclamato re di León. Juan, che era l’inquieto zio di Fernando, aveva tentato in tutti i modi di impossessarsi della Castiglia e del regno di León. Il Trattato, che fece passare dalla Castiglia al Portogallo diverse zone frontaliere, non fermò le lotte dinastiche castigliane e i conflitti tra i regni e i regnanti di Spagna. Sarebbe troppo lungo perfino riassumerle.

Certo è che María de Molina passò tutta la vita a fronteggiare guerre familiari: morto Fernando IV, fu reggente per il nipote Alfonso XI, assistette al Desastre de la Vega de Granada, ossia al catastrofico tentativo del 25 giugno 1319 di conquista del regno musulmano di Granada (che sarebbe durato fino al 1492), e morì nel 1321, quando Alfonso era ancora minorenne. Curiosità, in quegli anni la Catalogna, oggi al centro dell’attenzione mondiale proprio sui temi dell’indipendenza e quindi della frontiere, faceva parte del regno di Aragona. In particolare l’unione dei territori della contea di Barcellona e del regno d’Aragona era avvenuta, con il matrimonio tra Raimondo Berengario IV, conte di Barcellona, e Petronilla d’Aragona, nel 1137. Confini inquieti. A riprova che la storia è sempre complessa. E semplificarla è sempre politicamente pericoloso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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