“Non dire falsa testimonianza”
Filosofia e diritto a confronto nelle pagine dei giornali
Una conversazione, una lettera, una telefonata. L’informazione è sempre passata attraverso le parole degli altri. Grazie alla testimonianza, grazie a ciò che gli altri dicono, otteniamo conoscenza. Il rafforzamento dei mezzi di comunicazione di massa, da quelli ormai classici ai nuovi media, ha evidenziato la misura considerevole in cui questo fenomeno avviene. Sempre più spesso abbiamo a che fare con testimoni. Sempre più spesso può capitare che questi non sappiano quello che dicono o che dicano il falso. E così sono sempre più grandi le responsabilità di chi fa informazione.
“Non dire falsa testimonianza” è l’ottavo comandamento. Ma che cosa vuol dire? A chi non bisogna mentire? Dire il falso è sempre sbagliato? Lunedì 23 gennaio ne hanno discusso al Museo della scienza e della tecnologia una filosofa, Nicla Vassallo, docente dell’Università di Genova, e Gherardo Colombo, ex magistrato, ora vicepresidente della Garzanti. Nell’ambito del ciclo “I comandamenti delle donne”, organizzato dall’ On.d.a (Osservatorio nazionale sulla salute della donna).
Le donne, la menzogna, la violenza, il potere. “Apparentemente il potere può non essere violento – osserva Antonio Carioti, giornalista del Corriere della sera e moderatore dell’incontro – ma può esercitare una violenza più sottile, attraverso la menzogna”. Il direttore del museo, Fiorenzo Galli, senza troppi giri di parole aggiunge: “Quando il potere racconta balle, tratta i cittadini come sudditi”. La Vassallo è d’accordo: “Oggi i politici ci stanno mentendo. Con la collaborazione dei media. Mentono sulla violenza. Ci dicono che i violentatori sono soprattutto immigrati. Mentono. Perché i dati dicono che gli stupratori sono soprattutto italiani. Ma mentono anche perché parlano solo di violenza fisica. Non c’è solo quella”.
C’è la violenza psicologica, quella che più spesso avviene tra le mura domestiche. E costringe le donne a dire il falso. A minimizzare, a nascondersi. E c’è la violenza conoscitiva. Per cui “le donne non sono considerate soggetti conoscenti”, come dice la filosofa, che ricorda la storia di Rosalind Franklin. Un nome che a molti non dice niente. Fu la prima a “fotografare” la doppia elica del Dna, nel 1951. Il suo contributo fu fondamentale per Crick e Watson. Loro non riconobbero mai il valore del suo lavoro. “Per tutta la vita hanno continuato a dire falsa testimonianza”, sottolinea la Vassallo. Lei morì a 37 anni. Loro vinsero il Nobel. E Watson scriverà di lei che era “frigida e malvestita”.
“Ancora oggi in molti stati le donne non sono considerate testimoni attendibili. Ci sono ordinamenti giuridici per cui la parola di una donna vale meno di quella di un uomo”, fa notare Gherardo Colombo, “In Italia solo nel 1975 è stata riconosciuta la parità dei coniugi”. Così dal parlare di verità e menzogna si finisce a discutere dei concetti di fedeltà e tradimento. La Vassallo cita Così fan tutte, l’opera di Mozart in cui don Alfonso chiede ai giovani Ferrando e Guglielmo: “In donne pretendete di trovare fedeltà?”, dando per scontato che per le donne sia naturale tradire. Neanche da Ferrando e Guglielmo ci si aspetta che siano fedeli, ma questo è tollerato. Viene condannato solo il tradimento delle donne. Come era per Ulisse e Penelope. Per Nicla Vassallo “La fedeltà è un’imposizione degli uomini alle donne”. Colombo sostiene che “dovrebbe essere sostituita con la fiducia, una relazione paritaria, dove le due persone sono sullo stesso piano”. Inoltre essere fedeli non significa dire la verità. E tradire non coincide con mentire, per dirla con le parole della Vassallo: “Si può non dire la verità perché si vuole evitare di provocare sofferenza. Mentre si può tradire dicendo la verità per far soffrire qualcuno”.
Sta tutta qui l’ambiguità della fedeltà, secondo Nicla Vassallo: “Essere fedeli a qualcuno può portare ad essere infedeli verso sé stessi”. Colombo conclude: “Mentire a sé stessi significa non rispettare sé stessi. Come si fa poi a rispettare gli altri?”. Cosi si può trovare il vero senso dell’ottavo comandamento, secondo l’ex magistrato: “Non è un ordine, ma un invito a sé stessi. Vuol dire che il cittadino deve esercitare la sua responsabilità, sapere che può autodeterminarsi, scegliere. Se si dà la colpa a qualcun altro, ai giudici, ai politici, si mente innanzitutto a sé stessi. Ci vuole consapevolezza dei propri diritti e della possibilità di esercitarli”. Per il filosofo, invece, è l’invito a seguire l’oracolo di Delfi, a “conoscere sè stessi”. “Non è facile – dice la Vassallo – ma autoingannandoci ci tradiamo come esseri umani. Ne vale davvero la pena?”
Antonio Sgobba


