Kehlmann, Till e i paradossi dei tempi cupi

16 Ottobre 2020 • Editoria, in evidenza • Visualizzazioni: 116

Daniel Kehlmann parla con i giornalisti in occasione del Premio Lattes Grinzane 2020 – Foto di Carlo Rotondo

A vederlo così, sullo schermo, bloccato da un’epidemia che si sta facendo beffe della modernità, Daniel Kehlmann, 45 anni, lo scrittore tedesco-austriaco che, nel 2005, ha pubblicato il bellissimo La Misura del Mondo, sembra davvero provenire da un mondo remoto. È arrivato tra i cinque finalisti del Premio Lattes Grinzane 2020, ma Covid-19 non gli permette di raggiungere l’Italia. E così noi giornalisti siamo chiusi a Monchiero, nelle Langhe, in un convento trasformato in Bed & Breakfast e lui risponde alle nostre domande da una strana stanza, che ricorda anch’essa una cella monastica, spoglia e bianca com’è. Tutto questo per parlare del suo ultimo romanzo, Till, che in italiano è stato tradotto Il re, il cuoco e il buffone (Feltrinelli) e che si svolge all’epoca della Guerra dei Trent’anni. Il romanzo è stato scritto ovviamente prima dell’esplosione dell’epidemia. Ma la scelta del periodo storico e del tema non poteva essere più felice. Perché soltanto la Seconda guerra mondiale, forse, ha avuto, sui territori oggi occupati dalla Germania e i Paesi limitrofi, lo stesso effetto devastante che, tra 1618 e 1648, ebbe quel conflitto complicato e dilaniante. Gli Stati coinvolti furono decine, un vero conflitto mondiale. E i morti furono almeno 8 milioni, dei quali 7,5 tedeschi e boemi. In realtà i conti non si possono fare, ma certo almeno un terzo delle città tedesche e circa 18 mila villaggi tedeschi furono distrutti. In più imperversarono la peste, le razzie e la carestia.

Mappa della Guerra dei Trent’anni

Spiega dunque Kelhmann: «Trascorse un anno buono, e alla ne la guerra arrivò anche da noi. Una notte sentimmo dei nitriti, e poi un gran numero di voci che ridevano, e subito dopo sentimmo gli schianti delle porte sfondate, e prima che potessimo uscire in strada, armati di inutili forconi o coltelli, guizzarono le fiamme. I mercenari erano affamati come al solito e avevano bevuto ancora di più. Da tempo non entravano in un paese che avesse così tanto da offrire. La vecchia Luise, che dormiva profondamente e quella volta non aveva avuto nessun presagio, morì nel suo letto. Morì il parroco, che si mise davanti al portale per difendere la chiesa. Morì Lise Schoch, che cercò di nascondere le monete d’oro, morirono il fornaio e il fabbro e il vecchio Lembke e Moritz Blatt e la maggior parte degli uomini, che cercarono di proteggere le mogli, e morirono le donne, proprio come muoiono le donne in guerra…». Eppure non è la guerra la protagonista del romanzo. È un buffone. Il più leggendario, misterioso e irriverente personaggio che si aggira tra le pagine del folclore, della letteratura e della musica tedesca e dei Paesi Bassi: Till Eulenspiegel, che in realtà sarebbe vissuto nella prima metà del Trecento. Richard Strauss gli ha dedicato il poema sinfonico I tiri burloni di Till Eulenspiegel (1894-1895). Che cosa ci fa Till, dunque, nell’inferno della guerra dei Trent’anni, ovvero 300 anni dopo la sua presunta esistenza? Fa da ponte. Tra le vita quotidiana della gente comune, allora in gran parte miserrima. E quella dei sovrani, sempre troppo numerosi e pronti a dar battaglia. Till che non ha paura di nulla, che con i suoi sberleffi dileggia anche i potenti, è l’unico che può attraversare indenne villaggi e corti. E inevitabilmente sorge il paragone con l’attualità. E con la difficoltà oggi, in un momento di panico molto ben orchestrato e molto meno motivato (come ha ripetuto lo stesso Kelhmann ricordando che non c’è paragone tra il Seicento e il 2020), di trovare qualcuno che senza paura segnali che “l’imperatore è nudo”. Ovvero quali sono i reali interessi che giustificano politiche di guerra, affari, trattative e perfino gestione delle catastrofi.

 

Daniel Kehlmann a New York, 25 maggio 2017. Photograph © Beowulf Sheehan

Kelhmann però sta bene attento a non cadere nella trappola di pensare che Till fosse più libero di quanto non lo siamo noi oggi: erano pochissime le persone, fino a un passato recente, che potessero muoversi liberamente per l’Europa (non parliamo del mondo), la loro vita e i loro beni erano costantemente minacciati. Ma soprattutto si nasceva e si moriva, nella povertà e nell’ignoranza, nello stesso fazzoletto di terra su cui si era nati. Eppure, anche allora, ed è quello che Kehlmann racconta, c’erano uomini e donne che non riuscivano a restare fermi. La cui curiosità era più forte della paura.

«Fuggire è una cosa meravigliosa», pensa a un certo punto un suo personaggio. «Non esiste pericolo a cui non si possa scampare, quando si hanno le gambe buone».

Daniel Kehlmann alla conferenza stampa da remoto per il Premio Lattes Grinzane, a Monchiero – Foto di Carlo Rotondo

Quello di Kehlmann è un romanzo ma alcuni personaggi sono storici. Una, in particolare, ammette lo stesso autore, si è conquistata uno spazio crescente: Elizabeth Stuart, Elettrice Palatina e Regina di Boemia (1596-1662), figlia maggiore di Giacomo I d’Inghilterra e Anna di Danimarca. Con l’esaurirsi degli Stuart, furono i suoi discendenti diretti, della casa di Hannover, a salire sul trono d’Inghilterra: con l’Act of Settlement, il figlio di sua figlia Sophia (che mancò di poco il trono, a 83 anni, per colpa di un’acquazzone che ne provocò la morte), divenne Giorgio I. Ma non è per motivi dinastici che la sua figura è così interessante: fu una protagonista consapevole degli eventi del suo tempo. Era colta e intelligente. Aveva studiato storia naturale, geografia, teologia, lingue, letteratura, storia, musica e danza. Le fu negato l’insegnamento nei classici, però perché suo padre credeva che «il latino aveva lo sfortunato effetto di rendere le donne più astute». E questo è molto interessante perché il latino era l’inglese dell’epoca e il fatto che le donne spesso non potessero studiarlo le escludeva anche dalle pubblicazioni scientifiche e filosofiche di livello internazionale.

La vita di Elizabeth fu davvero dura: le toccarono la sconfitta e l’esilio, ma lei riuscì a salvare, per il figlio, l’elettorato del Palatinato inferiore, dopo la pace di Vestfalia, che pose fine ai 30 anni di guerra. Da allora lei si dedicò alle arti, che aveva sempre amato. E anche questo in fondo è suggestivo: alla fine non resta che il teatro. Mettere in scena il dolore è stato il modo più efficace che gli uomini hanno inventato per affrontarlo.

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