Fuori dal Lager: così Henriette Roosenburg racconta la libertà

24 Marzo 2021 • Editoria, in evidenza • Visualizzazioni: 555

Un convoglio di ex deportati a Waldheim, nel maggio 1945. Una città lungo il percorso che, con un viaggio lunghissimo e in condizioni spaventose, li sta riportando a casa. La fame, una albero di ciliegie in un vialetto tra due case. Così la futura, grande giornalista Henriette Roosenburg, sfuggita per miracolo alla condanna a morte dei nazisti, racconta la scena:

«Seduta comodamente su un grosso tronco, iniziai a raccogliere le ciliegie, mettendone un po’ nella casseruola e un po’ in bocca. Aveva quasi finito di riempire la casseruola quando una donna palesemente furibonda si precipitò fuori di casa e iniziò a sbraitarmi contro. (…) Il suo atteggiamento era tale e quale a quello delle nostre ex guardie carcerarie, perciò decisi di farle capire che non ero più una prigioniera. (…) Quando ebbi la bocca talmente piena che non sarei riuscita a farcene stare nemmeno uno di più, mi protesi in avanti, presi la mira e con un “Buuu!”, le sputai tutti i noccioli in faccia».

Copertina di “Ora che eravamo libere”, Fazi.

A parte il livello della scrittura di Roosenburg, colpisce come Ora che eravamo libere (Fazi editore, il titolo originale è The Walls Came Tumbling Down) riesca a strappare più di un sorriso. A noi lettori, certo, spiazzati dalla resilienza di questo sparuto gruppetto di sopravvissuti che, tra trucchi ed espedienti e un po’ di fortuna, riesce a tornare nella natia Olanda, dopo una prigionia disumana. Ma il sorriso è ancora prima nella penna di chi scrive. E non soltanto nel ricordo: nel ritornare a casa, ma addirittura nei momenti più surreali della loro prigionia, i deportati sono riusciti a ridere. Questo ridere ribadisce, se fosse necessario, la distanza in umanità che li separava dai loro aguzzini. Come pure dalla donna che si arrabbia per qualche ciliegia davanti a quattro spettri coperti di stracci. Ancora più eloquente l’episodio in cui Henriette e i suoi compagni si trovano davanti alcune ex guardie naziste, fatte prigioniere dai russi che hanno liberato il campo e con indosso, sia pure pulite, le divise che i deportati avevano indossato per anni.

«Ogni volta che le indicavamo, morivano dall’imbarazzo. “Guarda Zip”, mi disse Joke, al colmo dell’eccitazione, “c’è il ‘gorilla’, quella che volevi ammazzare”. Fissai quella donna intensamente, lei e i suoi lineamenti volgari, la sua bocca arcigna che tanto avevo odiato durante la prigionia. Era vero, avevo giurato e spergiurato che l’avrei fatta fuori se mai ne avessi avuto l’occasione, ma in quel momento mi resi conto che, anche se avessi saputo come farlo in pieno giorno in un cortile affollato, non ero capace di commettere un omicidio a sangue freddo. A trattenermi non fu la presenza dell’uomo in grigio – che comunque non ci aveva degnate di uno sguardo – né quella delle mie amiche, che sentivo fremere, in attesa che decidessi cosa ritenevo opportuno fare. (…) Non potei farlo perché qualcosa dentro di me, nel calderone degli innumerevoli imponderabili che inducono una persona ad agire o a non agire in una determinata situazione, mi fece capire chiaramente che se l’avessi uccisa mi sarei inevitabilmente abbassata allo stesos livello delle persone che più detestavo al mondo».

Dunque perché leggere Ora che eravamo libere, al di là dell’importanza di non abbandonare la memoria di chi, a vario titolo, fu perseguitato sotto il nazismo e il fascismo? Perché è una lezione di umanità sempre attuale. Nei giorni che vanno dalla fine della prigionia (per puro caso non culminata nell’esecuzione di tutti i deportati) al ritorno a casa, non ci fu nulla di facile. La felicità della ritrovata libertà dovette scontrarsi con una serie di intoppi, perfino burocratici, che ci appaiono mostruosi per persone così provate dalla prigionia e dalla guerra. Eppure Henriette, Zip come la chiamavano i suoi compagni partigiani per la velocità con cui attraversava le linee per aiutare i piloti alleati a rientrare nelle zone liberate, non perse non soltanto il coraggio, ma anche l’ironica lucidità con cui sapeva osservare il mondo.

Tradita, arrestata dalla Gestapo nell’autunno 1943, processata e condannata a morte dai nazisti, era passata di lager in lager, in condizioni sempre più severe come NN (Nacht und Nebel, Notte e Nebbia), ossia quei prigionieri politici che, anche per la condanna che pendeva sulla loro testa, occupavano il gradino più basso nella “gerarchia” dei lager e ricevevano la minor quantità di cibo oltre ad avere le più scarse possibilità di ricevere assistenza medica.

Il Decreto Notte e Nebbia fu firmato da Adolf Hitler il 7 dicembre 1941 e, nella solita, surreale schizofrenia dei nazisti, si ispirava a un verso cantato dal personaggio di Alberich nell’Oro del Reno di Richard Wagner: Nacht und Nebel, niemand gleichNotte e Nebbia, (non c’è) più nessuno. Il decreto, giudicato criminale al Processo di Norimberga del 1946, prevedeva che «gli atti di resistenza della popolazione civile nei paesi occupati verranno giudicati da una corte marziale quando si abbia la certezza di poter applicare la pena di morte e quando la sentenza si pronuncia entro gli otto giorni dall’arresto». Il resto degli oppositori dovevano essere fermati e fatti scomparire, testualmente, «nella notte e nella nebbia» segretamente arrestati in Germania senza dare altro tipo di informazione sulla detenzione. Le dittature latinoamericane degli anni Settanta del Novecento (a cui ex nazisti lì rifugiati collaborarono attivamente) vi si sono ampiamente ispirate.

Il libro di Henriette Roosenburg (26 maggio 1916 – 20 giugno 1972) è magnifico perché non respira mai odio. E le avventure dei quattro compagni scampati alla prigionia sono davvero rocambolesche. Tornata a casa, e ritrovati vivi i parenti, Henriette riprese a fare la giornalista. Divenne una brillante corrispondente del Time, a Parigi, a L’Aia e poi a New York. Morì giovane a 56 anni.

 

 

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