Canta Napoli. Ed è la storia d’Italia

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Scrive Pasquale Scialò, nel secondo volume da lui dedicato alla canzone napoletana (Storia della canzone napoletana, 1932-2003, volume II, Neri Pozza):

È Fortunato Bisaccia il protagonista del primo disco a 45 giri di Pino Daniele, del 1976. Figlio di madre vedova e di padre “fuggitivo” (pur identificato, non riconoscerà mai il ragazzo), Fortunato dopo vari mestieri, umili ma onesti, si dedica alla vendita di taralli con pepe, mandorle e sugna. Gira per le strade del centro storico di Napoli col suo magazzino viaggiante, una carrozzina per bambini trasformata in un carrettino tirato a mano (…). Da buon venditore ambulante che si rispetti anche Fortunato dà la “voce”, di fatto un canto gridato, per attrarre il pubblico: «Fortunato ‘o tarallaro tene ‘a robba bella, ‘nzogna, ‘nzogna!». Daniele, che forse sta improvvisando un giro armonico sudamericano, ne ode la voce dalle finestre della casa delle zie Lia e Bianca, in pieno centro storico a Napoli, ne resta colpito e sente che quel frammento di canto “a distesa” non stona sulla sua base musicale…

Napoli, Street Art, ottobre 2021. Foto di Valeria Palumbo.

La musica di Napoli continua a nascere per strada, è impensabile lontano dal flusso ininterrotto di voci e suoni che alimentano la sua inesauribile prolificità. Scialò lo racconta nel volume, il secondo, che dedica alla storia della canzone partenopea. Si tratta di un saggio colto e dettagliatissimo. Ma ricco di sapore. Perché dietro ogni storia di cantante, compositore e canzone di Napoli c’è una storia da raccontare.

Napoli, ottobre 2021.

Nel primo volume, Scialò si era dedicato alla canzone napoletana classica. Aveva seguito la sua nascita, avevano analizzato la sua costruzione e individuato i suoi principali filoni. Ora parte dagli anni Trenta per scavalcare il Duemila. Terreno rischioso, ammette lui stesso. Ma il punto è che la canzone si evolve : si trascina dietro le sue matrici antiche, ingloba nuove influenze straniere, fa suoi mondi ben più lontani del Mediterraneo. Ma, pur nei cambiamenti radicali, conserva una traccia della sua storia. Scrive Scialò:

È proprio grazie a questo suo costitutivo profilo ibrido, al suo carattere più aperto e flessibile rispetto ad altre esperienze – si pensi alla liederistica tedesca – che la canzone resiste e si sviluppa con innesti, mutilazioni strappi, che delineano una continuità nella discontinuità. Ad esempio non è fuoriluogo riconoscere nella canzone “di giacca” la matrice originaria di quella “di mala” e, per certi aspetti, anche di quella plebea dei primi anni Ottanta; mentre la “macchietta” declamata da Maldacea si evolve nella canzonetta comica degli anni Trenta di Pisano e Cioffi, per riconfigurarsi ancora in alcune composizioni caricaturali di Renato Carosone e Nisa, fino a Renzo Arbore, passando per Tony Tammaro, e infine approdare nel flusso ritmico, il cosiddetto flow, del rapper Clementino.

Manifesti a Napoli, 2018. Foto di Valeria Palumbo

Dalle canzoni del tempo della Seconda guerra mondiale, a cominciare da Tammurriata nera di E.A. Mario (sì, lo stesso della Canzone del Piave), mille volte reinterpretata e mille volte reinventata, Scialò percorre gran parte dei decenni del Novecento e il primo del Duemila, senza alcun pregiudizio. Autori alti come Sergio Bruni e “goliardici” come Alfredo Cerruti (quello di «Volante uno Volante due» della trasmissione Indietro tutta di Renzo Arbore), a cui si devono le invenzioni più triviali degli Squallor vengono analizzati con la stessa sobria puntualità.

Napoli, 2018.

Per gli ultimi anni, Scialò puntualizza:

Uno sguardo a volo d’uccello sulla produzione musicale dal 2003 a oggi mostra, in modo inequivocabile, una scena sonora con frequenti interferenze tra diversi filoni musicali e la polarizzazione su alcuni di esse, come sull’hip hop napoletano, collocato tra il rap e il trap. In queste aree confluiscono e si rimodellano tendenze preesistenti, mutuate da rock, pop, reggae fino alla canzone, nelle sue diverse declinazioni, creando nodi sonori non facili da dipanare. Ascoltati a distanza molti brani – costruiti su schemi alquanto simili, col classico beat con batteria e basso in primo piano e la presenza di voci gutturali – sembrano alquanto affini. A mano a mano che ci si avvicina però è possibile distinguere un interprete dall’altro, una corrente dall’altra.

Pasquale Scialò, Storia della canzone napoletana, 1932-2003, volume II, Neri Pozza, 30,00 euro

Napoli, 2018. Foto di Valeria Palumbo.

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