Papa Formoso: un processo horror in pieno Medioevo

9 Ottobre 2020 • in evidenza, Storia • Visualizzazioni: 92

 

Jean-Paul Laurens, Papa Formoso e Stefano VI, 1870, Museo di Nantes

 

di Alex Miozzi

Trasparenza. Non è una fissazione dei media che i processi siano pubblici e che possano essere raccontati. Di ingiustizie, palesi violazioni del diritti e atrocità a porte chiuse sono oggi pieni i libri di storia. È stato anche il caso del più celebre processo postumo, quello subito da papa Formoso, al termine del IX secolo d.C.. 

La vicenda inizia a quasi un centinaio di anni, circa, dall’incoronazione di Carlomagno imperatore del Sacro Romano Impero, e già allora il tentativo di una reale restaurazione imperiale era qualche cosa di arduo. Guido II, duca di Spoleto, non soddisfatto della spartizione dei territori, convinse il pontefice Stefano V di investirlo della carica di imperatore, per un atto più formale che sostanziale, data anche l’anarchia generale del momento.

A questo punto, a seguito della morte di quel papa, un sinodo nominò un nuovo pontefice, Formoso. 


Papa Formoso

La storia di Formoso

A differenza del precedente, romano e di nobile stirpe, il nuovo papa aveva una storia personale alquanto complessa. Nato forse nell’816, probabilmente a Roma, divenne nell’864 vescovo-cardinale di Porto, e svolse incarichi diplomatici, in Bulgaria e in Francia, e, durante quest’ultimo, convinse Carlo il Calvo, sovrano di Francia, a farsi incoronare dal papa.

“Carlo il Calvo in trono”, pagina miniata della Bibbia di San Paolo fuori le mura, 870 circa. Roma

Candidato nel 872 al soglio di Pietro, quattro anni dopo, per ragioni politiche, Formoso lasciò Roma, retta dal nuovo pontefice  Giovanni VIII. Quest’ultimo, da prima, gli intimò di ritornare, pena la scomunica, e nel successivo concilio, lo condannò, contumace, per aver ambito allo scranno papale e all’arcivescovado di Bulgaria, per essersi opposto all’imperatore e per avere abbandonato la sua diocesi senza il permesso pontificio. Altre accuse rivoltegli riguardavano l’avere contribuito alla rovina di alcuni conventi romani, di avere prestato servizio divino nonostante l’interdizione pontificia, e di avere cospirato alla distruzione della sede papale con la collaborazione di individui indegni. Una pesante condanna generale, annunciata nel luglio dell’876, con tanto di scomunica, ma solo due anni dopo ritirata dietro alla promessa di non far mai più ritorno a Roma e di rinunciare definitivamente alle proprie funzioni sacerdotali.

La storia sembrava conclusa data anche l’età avanzata, specie per l’epoca. Invece riprese soltanto sette anni dopo, nell’883, anno in cui papa Marino I, successore di Giovanni, insediò nuovamente Formoso nelle vesti di vescovo-cardinale nella sua vecchia diocesi di Porto. Seguirono i due pontificati di Adriano III, dall’884 all’885, e di Stefano V, dall’885 all’891, fino a che, il 6 ottobre 891, Formoso venne eletto pontefice.

Oltre all’incoronazione, sopra indicata, il figlio di Guido II di Spoleto, Lamberto, proprio come il padre aveva fatto con il precedente pontefice, costrinse nell’aprile del 892 il nuovo papa a incoronarlo a sua volta imperatore del Sacro Romano Impero.

Guido da Spoleto

Ostaggio degli spoletini

Nel frattempo, ad agitare ulteriormente le acque internazionali dell’epoca, a Costantinopoli il patriarca Fozio era stato espulso e sostituito con Stefano I, figlio dell’Imperatore Basilio I. Si aprirono anche una contesa tra gli arcivescovi di Colonia e Amburgo, relativamente al vescovato di Brema, e un pesante confronto tra Oddone, conte di Parigi, e Carlo il Semplice, per la Corona francese, che vide papa Formoso schierarsi con quest’ultimo.

Malgrado la rivendicazione di una certa autonomia politica, sentendosi ormai praticamente ostaggio dello spoletino Lamberto, lo stesso pontefice convinse Arnulfo di Carinzia (Arnulf von Kaernten) a precipitarsi a Roma, per, a suo dire, liberare l’Italia. 

Arnulfo di Carinzia

Quest’ultimo scese lo stivale, facendosi acclamare come imperatore in tutte le città che attraversò, attestandosi nella zona a nord del Po. Per gli spoletini la situazione si stava facendo pericolosa, fino a che, ad aggravarla, Guido II da Spoleto, nel dicembre del 894, morì.

Lamberto, in alleanza con sua madre, Ageltrude, acerrima nemica dei carolingi, data la situazione non poté far altro che attendere, finché qualche mese dopo, nell’895, Arnulfo intraprese una seconda campagna d’Italia, culminata l’anno dopo con la presa di Roma, e la sua incoronazione a imperatore legittimo da parte di Formoso. Quando il nuovo imperatore marciò con il proprio esercito contro Spoleto, per regolare definitivamente i conti con Lamberto e sua madre, fu colpito da una paralisi e per questo costretto a interrompere la campagna militare. In questa momentanea tregua forzata, nell’896 Lamberto non perse tempo, e grazie a una campagna antigermanica orchestrata ad arte, aizzò la plebe romana, che mise in subbuglio l’intera città, costringendo il pontefice a rifugiarsi nella fortezza romana di Castel Sant’Angelo. Non sappiamo se per cause naturali, anche perché aveva già 80 anni, o per un possibile avvelenamento, ma dopo alcune settimane di assedio, papa Formoso morì.

Castel Sant’Angelo, G. B. Piranesi (1720-1778)

 

Il sinodo del cadavere

Con la nomina del successivo pontefice, Bonifacio VI, un semplice prete il cui primato sarà quello di avere retto il pontificato per soli 12 giorni, questa storia parrebbe concludersi con la nomina di Stefano VI, vescovo di Anagni, nobile romano e uomo di fiducia degli spoletini Lamberto e Ageltrude. Invece iniziò proprio ora una vicenda a metà strada tra il tragicomico e l’horror involontario.

Ancora molto arrabbiati con l’ormai defunto ex papa Formoso, il signore di Spoleto e sua madre aprirono quello che viene ricordato come il Sinodo del cadavere, o anche come il processo a Formoso.

Nel febbraio dell’897, infatti il cadavere di quest’ultimo (che grazie alle attuali conoscenze anatomo-patologiche non doveva presumibilmente versare nelle migliori condizioni) fu riesumato, per essere ufficialmente processato. Secondo il racconto del celebre storico medievalista Ferdinand Gregorovius “… il cadavere del pontefice, strappato al sepolcro in cui riposava già da diversi mesi, fu abbigliato con i paramenti papali e messo a sedere su un trono nella sala del Concilio”. La testimonianza continua raccontando che l’avvocato del pontefice, a sostegno dell’accusa, si alzò notificando all’inerte salma una lunga serie di capi di accusa, ripresi anche da quelli mossi da uno dei precedenti papi, Giovanni VIII, che lo aveva scomunicato.

“Come hai potuto, per la tua folle ambizione, usurpare il seggio apostolico, tu che eri già vescovo di Portus?” Tuonò l’accusatore, mentre un diacono, costretto alla più inutile difesa d’ufficio di sempre, data la situazione oltre l’allucinante, sembra non si oppose con altrettanta forza. Al termine del procedimento il fatidico verdetto concluse che il cadavere di Formoso venne definito indegno al ruolo di pontefice, e, sempre secondo il verdetto accusatorio, a causa di avere dimostrato una smodata ambizione, ogni suo atto, misura e ordinazione venivano annullati, e ogni ordine da lui dato ritenuto non valido ex ante. Poi, sempre secondo Gregorovius “i paramenti furono strappati di dosso alla mummia; le tre dita della mano destra, con cui i latini impartiscono la benedizione, (gli) furono recise, e con urla selvagge il cadavere fu trascinato via dalla sala, attraverso le strade di Roma e gettato infine nel Tevere fra le grida di una folla immensa”.

Un anno dopo, a seguito della morte di Stefano VI, e la deposizione del suo successore, Romano, grazie all’intervento del neo papa Teodoro II, quel che restavano dei resti di Formoso, dopo una degna cerimonia, vennero finalmente tumulati con onorata sepoltura all’interno della basilica di San Pietro.

 

Lapide su cui sono incisi i nomi dei pontefici sepolti in San Pietro

Successivamente, papa Sergio III, che resse il soglio di Pietro dal 904 al 911, approvò nuovamente tutte le decisioni di Formoso, chiedendo, e ottenendo, nuovamente la consacrazione dei vescovi da lui consacrati, benché nel corso delle attività di quel discreto numero di pontefici erano stati conferiti gli ordini a molti ecclesiastici, determinando così una situazione abbastanza caotica.

Quantomeno, da allora furono vietati processi contro persone decedute. 

 

Fonti: Corrado Augias, I segreti di Roma, Mondadori

 

 

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