Quando il Grand Tour faceva di Roma una vera capitale

16 Febbraio 2020 • in evidenza, Storia • Visualizzazioni: 507

Antonio Canova Ebe, 1800 – 1805 marmo e bronzo dorato, San Pietroburgo, Museo Statale Ermitage, Photograph © The State Hermitage Museum, 2019.

A che cosa serviva il Grand Tour? È aperta fino al 15 marzo, alle Gallerie d’Italia di Piazza Scala a Milano una mostra che si intitola Canova- Thorvaldsen. La nascita della scultura moderna. Il successo di folla è impressionante. Merito delle opere, certo: per la prima volta sono messe a confronto le Tre Grazie di Canova e quelle di Thorvaldsen. Ma non è solo questo: in fondo si tratta di opere e artisti che appaiono piuttosto lontani dalla sensibilità contemporanea.

Bertel Thorvaldsen, Ebe, 1819 – 1823 marmo, 
Copenaghen, Thorvaldsens Museum.

C’è forse qualcosa di più, anche se a livello più subliminale: la sensazione di scoprire una cultura comune europea che esaltava la bellezza, faceva del corpo nudo il suo centro e dell’eterea pace dell’Olimpo il suo obiettivo. Ovvero di una cultura che, per quanto riservata a pochi, univa. Che si basava su un ideale alto, sereno, di sana competitività (gli artisti erano in concorrenza tra loro), che ovviamente non disdegnava affatto il business e che spesso era molto compiacente verso il potere (soprattutto verso Napoleone, primo dittatore moderno). Ma che riconosceva l’importante di una civiltà comune: l’esaltazione dell’antichità in fondo serviva anche a questo. A dire che veniamo da una cultura greco-romana che precede quella cristiana (l’Europa si era dilaniata fino a tutto il Seicento per motivi religiosi) e che ci permette di spegnere i motivi di contrasto.

Peccato che, nella bellissima mostra milanese , si siano dimenticate le artiste (per esempio Theresa Mengs e Angelika Kauffman). Il risultato è che le donne vi compaiono per i ritratti e i nudi. Eppure, a parte il fatto che personaggi come Leopoldina Esterházy-Liechtenstein (ritratta da Canova mentre dipinge) furono anche importanti mecenati, le dee e le ninfe raffigurate esprimono una rara dignità. Sono nudi bellissimi e questo fa riflettere anche su certe forme di neo-pruderie che condannano senza distinzione la raffigurazione del corpo femminile, dimenticando anche le battaglie condotte per liberare le donne dalle corazze-vestito inventate nell’Ottocento.

Bertel Thorvaldsen, Amore e Psiche, 1861
(eseguito da Georg Christian Freund con la supervisione di H.W. Bissen dal gesso originale), marmo, Copenaghen, Thorvaldsens Museum

Le Grazie sono magnifiche, sia nella complice sensualità che regala loro Canova, sia nella più algida ieraticità che dona loro Thorvaldsen. Ma saltano all’occhio anche altri due elementi: la virilità non è mai aggressiva. A volte, come in un ritratto di Canova, è imponente. Ma in genere il soggetto delle statue sono ragazzi dolcissimi che abbracciano le loro compagne con tenerezze. Non solo, soprattutto in Thorvaldsen si nota la tendenza a raffigurare donne e uomini con fattezze abbastanza simili.

Bertel Thorvaldsen, Ganimede che riempie la coppa, 1819 – 1821, marmo, San Pietroburgo, Museo Statale Ermitage, Photograph © The State Hermitage Museum, 2019.

Sull’omosessualità di Thorvaldsen si è discusso a lungo e i biografi l’hanno tenacemente negata. Ma in fondo è davvero un pregiudizio: perché soltanto amando gli uomini si dovrebbe essere capaci di ritrarli con tanta abilità? Nel Pastorello con cane dello scultore danese nulla è volgare, nemmeno la posa un po’ scomposta. Né all’epoca qualcuno si sognò di censurarlo. Questo a riprova che un clima tollerante fa fiorire l’arte e che, come dimostrò l’affollata colonia degli artisti stranieri a Roma, lo scambio di idee non fa bene soltanto alla cultura. Ma anche all’umore di una società. In questo il Neoclassicismo ha costituito un’oasi felice. Il proclamato primato della ragione ha giocato la sua parte.

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