Winter school: il terrorismo in Italia e gli anni di piombo

29 Aprile 2019 • in evidenza, Storia • Visualizzazioni: 56

Winter School 2019: Terrorismo

Anni di piombo: una definizione troppo stretta

Corriere della Sera- strage di piazza Fontana, 1969

L’analisi e la riflessione sul terrorismo, portate avanti all’interno delle quattro lezioni della seconda edizione della Winter School, hanno cercato di chiarire il significato di alcuni termini e di mettere a fuoco una serie di concetti che spesso vengono travisati e male interpretati.

In primo luogo è necessario introdurre alcune tematiche e spunti che sono emersi durante la prima lezione, tenuta dal professor Paolo Colombo, e che hanno visto un maggior approfondimento negli incontri successivi.

Parlare di “anni di piombo” – definizione che ormai è ufficialmente utilizzata per descrivere un’intera stagione politica e sociale – significa ridurre un fenomeno agli anni che vanno dal 1969 al 1980, considerando la strage di piazza Fontana e gli 85 morti della stazione di Bologna del 2 agosto come il punto di inizio e di fine di un percorso che attraversa tutti gli anni ’70.

In realtà, la situazione è più complessa: il terrorismo, per quanto riguarda il caso italiano, non si esaurisce nel periodo 1969-80 ma, anzi, va avanti nel decennio successivo e conosce numerosi episodi controversi e rilevanti anche negli anni ’90 e nel nuovo millennio.

Per questo motivo, ci sembra che parlare di “anni di piombo” sia una definizione troppo stretta e che sia più utile e più comprensibile utilizzare un’altra espressione: la “Notte della Repubblica”, facendo riferimento alla trasmissione televisiva condotta da Sergio Zavoli e trasmessa su Rai2 tra il dicembre 1989 e l’aprile 1990.

Fu proprio il giornalista emiliano a definire in questo modo il periodo che andava dal 1969 al 1988 come la “prova più drammatica che la società civile e le istituzioni italiane abbiano affrontato in epoca repubblicana”, ed è stato questo il punto di partenza della nostra analisi sul terrorismo.

Un secondo elemento introduttivo, che ci pare necessario menzionare, è il metodo utilizzato per l’esposizione narrativa: si è voluto procedere per punti di svolta, cercando di individuare quei passaggi fondamentali che hanno segnato un vero e proprio spartiacque nella storia della notte della Repubblica in Italia.

Infine, abbiamo scelto di selezionare alcuni episodi e, inevitabilmente, di ometterne altri perché – sulla scia della riflessione sui “punti di svolta” – abbiamo ritenuto più utile cercare di comprendere in quali momenti si potesse davvero parlare di un pre e di un post, di una prima e un dopo, in senso ovviamente storiografico.

La strage di piazza Fontana

In ogni caso, ciò che succede il 12 dicembre 1969 in una delle piazze del centro di Milano è talmente significativo e rilevante che non può che essere utilizzato come punto di partenza in qualsiasi narrativa che voglia fare il punto della situazione e descrivere nel dettaglio ciò che fu il terrorismo in Italia in quegli anni.

Quando una bomba esplode all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura, provocando 16 morti e oltre 100 feriti, l’Italia entra nel panico. Il 1969 era stato un anno ricco di eventi drammatici e caratterizzato da un costante e crescente livello di tensione, in seguito alla fine della grande contestazione globale dell’anno precedente e all’emergere di quel fenomeno che sarebbe passato alla storia come “autunno caldo”.

Quello stesso 12 dicembre altre tre bombe erano scoppiate a Roma, ma l’attenzione mediatica viene subito catalizzata da quello che sta accadendo nel capoluogo lombardo: le indagini si rivolgono fin da subito agli ambienti anarchici e, in particolare, a Giuseppe Pinelli, ferroviere ed esponente del circolo Ponte della Ghisolfa, e a Pietro Valpreda, membro del Gruppo XXII marzo.

La vicenda giudiziaria che segue la strage di piazza Fontana è nota nei minimi dettagli, ma vogliamo qui riportare il vero punto di svolta che costituisce uno spartiacque: le dichiarazioni di Carlo Digilio all’inizio degli anni ’90 che hanno permesso di delineare nuovi responsabili, oltre ai due esponenti di Ordine Nuovo Franco Freda e Giovanni Ventura.

All’interno delle lezioni della Winter School ci è sembrato però più opportuno fare riferimento non tanto ai dettagli della strage o alle conseguenze giudiziarie del processo – in particolare la questione del “Ne bis in idem”, un principio sacro della legislazione giuridica del nostro Paese e che non permette a un giudice di esprimersi due volte su uno stesso reato – ma agli effetti sociali che gli avvenimenti di piazza Fontana hanno avuto sul contesto culturale italiano.

La vicenda Pinelli appare, in questo caso, emblematica: l’ex ferroviere anarchico, tra i primi accusati dell’organizzazione della strage, muore in Questura il 15 dicembre 1969, cadendo dalla finestra del quarto piano. La vicenda si rivela fin da subito complessa e ambigua: emergono dubbi e contraddizioni nei racconti dei presenti, tant’è che i gruppi politici collegati alla sinistra extra-parlamentare riconoscono nel commissario Luigi Calabresi il principale responsabile della morte di Pinelli.

L’operazione di diffamazione contro Calabresi – capro espiatorio dell’intera vicenda – prosegue fino al 17 maggio 1972, quando lo stesso commissario viene assassinato in un agguato organizzato da esponenti di Lotta Continua.

Ma non solo: anche il cinema svolge un ruolo rilevante. Se si prende in esame, ad esempio, un film come “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, diretto nel 1970 da Elio Petri e vincitore del premio Oscar come Miglior film straniero, si osserva come la polemica che segue gli avvenimenti di piazza Fontana sia drammaticamente infuocata: sono sempre i gruppi dell’estrema sinistra a rivedere nel personaggio interpretato da Gian Maria Volonté un Calabresi che si pone “al di sopra di ogni sospetto” in virtù del proprio potere e delle proprie capacità decisionali.

La strage di Piazza Fontana, Milano, 1969.

Le elezioni politiche del 1972

Il secondo punto di svolta che abbiamo individuato sono le elezioni del 1972. Si tratta di un momento rilevante della vita politica italiana, poiché la V Legislatura che era rimasta in carica dal 1968 al 1972 è la prima esperienza repubblicana italiana che si conclude prima dei cinque anni prescritti dalla Costituzione.

È il segno di un’alta conflittualità nel governo, che segue le grandi trasformazioni che stanno accadendo nel mondo in questi anni: siamo nella fase in cui gli Stati Uniti decidono di denunciare gli accordi di Bretton Woods e sganciare il dollaro dal sistema che era in vigore dal 1944; inizia in questo frangente la fragilità del sistema economico europeo, che porterà da lì a breve alla nascita dello SME alla fine degli anni ’70; l’anno successivo, lo shock petrolifero crea scompiglio nel mondo provocando la guerra del Kippur tra Israele ed Egitto.

È questa la situazione in cui vengono convocate le elezioni politiche in Italia, ma i risultati sono sorprendenti perché l’estrema sinistra perde quasi la metà dei voti che aveva conquistato nel 1968, passando complessivamente dal 4,4% al 1,9% e non riuscendo a conquistare seggi in Parlamento.

Si tratta di una svolta sostanziale perché è da questo momento che i gruppi di estrema sinistra capiscono e comprendono che la strada parlamentare per riformare l’Italia in senso democratico non è percorribile e, per dirla con le parole della storica e politologa Simona Colarizi:

Radicalizza gli umori dei più estremisti, convinti più di prima che solo un’azione rivoluzionaria sia in grado di risvegliare i lavoratori illusi dalla propaganda riformista dei partiti socialdemocratici – Pci compreso1.

1 COLARIZI S., Storia politica della Repubblica: partiti, movimenti e istituzioni. 1943-2006, Laterza, 2007, pag. 108.

Il 1974

Per quanto riguarda il terzo momento di svolta che è stato individuato, è necessario parlare del 1974, un anno fondamentale per l’evoluzione del terrorismo in Italia. Avvengono infatti una serie di eventi che segnano lo scontro sia dal punto di vista sociale che politico.

Ci riferiamo, in modo particolare, al rapimento di Mario Sossi nella primavera del 1974 ad opera delle Brigate Rosse: il “dottor Manette” aveva svolto un ruolo fondamentale nel processo contro il Gruppo XXII ottobre – un’organizzazione extraparlamentare attiva a Genova tra il 1969 e il 1971 – e l’obiettivo dei brigatisti era quello di contrastare l’attività giudiziaria del magistrato ligure.

Il 28 maggio 1974, durante una manifestazione antifascista, esplode una bomba in piazza della Loggia a Brescia, causando la morte di 8 persone. L’indagine che è stata portata avanti in seguito alla strage ha portato alla condanna all’ergastolo – tra gli altri – di Carlo Maria Maggi e Maurizio Tremonte, esponenti di Ordine Nuovo.

All’inizio dell’estate di quello stesso anno, inoltre, la sede del Movimento Sociale padovano subisce un assalto da parte delle Brigate Rosse: i morti sono due, ma ciò che segna davvero un punto di svolta è il fatto che si tratta del primo delitto commesso e rivendicato dalle Br. È un attacco specifico contro un simbolo politico.

Ad agosto, una bomba esplode sul treno Italicus. Non mancano le polemiche e i tentativi di depistaggio, ma la vicenda assume tutta un’altra prospettiva quando, nel 2004, la figlia di Aldo Moro, il quale in quel momento è Ministro degli Esteri, dichiara che suo padre avrebbe dovuto essere sul treno ma fu fatto scendere per firmare delle carte.

L’ultimo elemento degno di nota di questo 1974 è l’arresto dei due principali autori della strategia delle Brigate Rosse nella prima stagione di questa organizzazione: stiamo parlando di Renato Curcio, fondatore nel 1969 del Collettivo che sarà il nucleo originario delle Br, e di Alberto Franceschini, il quale nel novembre 1969 partecipa al convegno di Chiavari, considerato uno dei momenti fondanti della nascita della lotta armata in Italia.

Il rapimento Moro

Il quarto punto di svolta, necessario per comprendere l’evoluzione della “Notte della Repubblica”, è ovviamente il rapimento del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro.

Moro – ex presidente del Consiglio, ex Ministro degli Esteri, ex Ministro della Pubblica Istruzione ed ex Ministro di Grazie e Giustizia – viene rapito in via Fani, nella periferia nord-occidentale della capitale, il 16 marzo 1978; il suo cadavere sarà ritrovato all’interno di un’automobile 55 giorni dopo, il 9 maggio dello stesso anno.

Ciò che più preme sottolineare, al di là della drammaticità di questo evento e dei presunti legami delle Brigate Rosse con le altre organizzazioni terroristiche europee e mondiali, è il dibattito che nasce sulla stampa e sulle pagine dei giornali, utile per comprendere quali modalità e linguaggi l’opinione pubblica abbia utilizzato per affrontare il sequestro del presidente del partito di maggioranza relativa.

Sono infatti proprio i giornalisti a riflettere e a portare avanti un discorso che ruota principalmente intorno a due temi: in primo luogo, si discute sulla possibilità di aprire un dialogo con le Brigate Rosse per la liberazione del prigioniero in base allo schema “trattare o non trattare”; secondariamente, il dibattito verte su vantaggi e svantaggi di una eventuale pubblicazione dei comunicati dei terroristi, che rischierebbe tuttavia di sponsorizzare l’attività brigatista.

In ogni caso, dal punto di vista storico e politico, i cinquantacinque giorni del rapimento Moro segnano la fine del compromesso storico tra la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista e rappresentano una svolta non solo per il fenomeno del terrorismo, ma per l’intera storia repubblicana d’Italia.

Il biennio 1979-1980

Il biennio 1979-1980 rappresenta uno dei momenti più drammatici e cruenti dell’intera stagione politica: l’azione delle Brigate Rosse è molto forte e si pone l’obiettivo di eliminare una serie di simboli politici, ma non solo.

È il caso ad esempio del sindacalista e operaio Guido Rossa, il quale viene assassinato a Genova nel gennaio 1979 e la cui morte segna l’inizio della spaccatura tra le Brigate Rosse e il sostegno di cui avevano sempre goduto all’interno delle fabbriche.

In questa fase, sono tre le figure da prendere in considerazione: la prima è quella dell’operaio, a cui si è appena accennato in riferimento al caso Rossa; la seconda è la categoria dei giornalisti, tra cui è importante ricordare Walter Tobagi, autore di una serie di inchieste legate al terrorismo e ucciso dalla Brigata XXVIII marzo nelle strade del centro di Milano il 28 maggio 1980; la terza, infine, è quella del giudice. Per quanto riguarda quest’ultima categoria professionale, sono numerosi gli episodi che si potrebbero prendere in considerazione, ma i casi principali sono tre.

Emilio Alessandrini, ucciso a Milano a pochi giorni di distanza dall’operaio Guido Rossa in seguito alle numerose inchieste realizzate sulla sinistra extraparlamentare; Vittorio Bachelet, docente universitario e vicepresidente del Csm, ucciso dalle Brigate Rosse nel febbraio 1980 per aver trasformato il Consiglio Superiore della Magistratura “da organismo formale a mente politica”.

Questa frase è presente nel testo della rivendicazione dei brigatisti. 

Guido Galli, magistrato e docente di criminologia all’Università statale di Milano, ucciso il 19 marzo 1980 da esponenti di Prima Linea alla luce delle sue inchieste sul terrorismo.

La strage di Bologna

Utilizzando la categoria storica degli anni di piombo, non si può non far coincidere la fine di questa stagione con un evento drammatico: la strage di Bologna del 2 agosto 1980 che causa la morte di 85 persone. La vicenda giudiziaria è molto complessa e avrebbe portato nel corso del tempo al riconoscimento di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro come esecutori materiali, ma rimane comunque oscurità sui mandanti e sul movente della strage.

Gli elementi specifici da tenere in considerazione sono comunque due: in primo luogo l’idea che si tratti di una strage “fuori contesto”, seguendo la definizione che è stata data da Giovanni De Luna. Due anni dopo la vicenda del rapimento Moro, nella fase di declino delle Brigate Rosse, nella nuova stagione politica che si sta inaugurando all’inizio del decennio, la strage di Bologna sembra infatti avere poco a che fare con il periodo della strategia della tensione e con gli anni di piombo.

Il secondo elemento di specificità è lo stretto rapporto con il mondo della criminalità organizzata: emergono infatti, durante le inchieste giudiziarie, forti legami con la loggia massonica P2 e la Banda della Magliana per lo scambio di armi e di informazioni fondamentali. 

Il terrorismo in Italia e nel mondo dai lunghi anni ’70 ai decenni del riflusso

Nella lezione seguente si è cercato di definire quale sia stata l’evoluzione del fenomeno del terrorismo durante il decennio successivo, fino ad arrivare all’inizio degli anni 2000. Il discorso che è stato portato avanti ha sempre seguito l’individuazione di punti di svolta per cercare di far luce su una contrapposizione che si è venuta a creare nella storiografia relativa a questo periodo: stiamo parlando del divario tra gli anni ’70, visti come un momento di forte impegno collettivo e partecipazione politica, e gli anni ’80, caratterizzati invece dal cosiddetto edonismo craxiano e dalla stagione politica del pentapartito.

L’episodio di via Fracchia

Il primo momento di svolta è il blitz che viene eseguito dalle truppe comandate dal generale Dalla Chiesa contro il covo delle Brigate Rosse che si trova in via Fracchia a Genova. Si tratta di un evento importante poiché segna lo smantellamento definitivo della colonna genovese brigatista. Da questo episodio prende il nome anche una brigata (Brigata XXVIII marzo) che – come abbiamo già visto – era stata responsabile della morte di Tobagi. Ma ciò che più preme sottolineare sono i due effetti che questa azione determina: da un lato, la morte di tutti i brigatisti suscita una serie di polemiche che vengono sollevate sulle pagine dei giornali da Eugenio Scalfari e Corrado Stajano; dall’altro, l’episodio di via Fracchia dimostra che lo Stato ha imboccato la strada della guerra, tant’è che il 1980 viene comunemente considerato come l’inizio della fine per la lotta armata.

In realtà, questa riflessione sembrerebbe in contrasto con i dati statistici, poiché il 1980 si conclude con il tragico bilancio di 125 vittime: incidono gli 85 morti della strage di Bologna, ma bisogna comunque riconoscere che il fenomeno diventa più debole e isolato, ma allo stesso tempo più feroce.

Sempre nel 1980, avvengono due episodi significativi: l’arresto e il pentimento di Patrizio Peci, di cui si parlerà in seguito, e che permette per la prima volta di penetrare a fondo nel mondo brigatista, e la pubblicazione della legge Cossiga, che introduce nuove aggravanti per il reato di terrorismo e che crea nuovi incentivi per il pentitismo.

Il rapimento D’Urso

L’anno si conclude con il rapimento di Giovanni D’Urso, responsabile dell’Ufficio Detenuti all’interno del Ministero di Grazia e Giustizia. Questa vicenda si inserisce nella trama di un altro racconto, dato che le motivazioni alle spalle del sequestro D’Urso sono la gestione delle carceri e l’atteggiamento dei secondini nei confronti dei detenuti. Stiamo parlando della rivolta nel penitenziario di Trani, che viene repressa dai carabinieri nel dicembre 1980, ma che segna un punto di svolta importante durante il rapimento.

Le Brigate Rosse decidono, infatti, di condannare a morte il loro prigioniero ma la condanna viene sospesa: Giovanni D’Urso sarà liberato solamente in caso di pubblicazione di un proclama da parte dei detenuti di Trani. Le due vicende sono quindi strettamente legate e il sequestro del giudice segna un punto di svolta che inaugura una nuova stagione politica.

Dimostra, in primo luogo, che il fronte rivoluzionario non è compatto ma che, anzi, lo scontro tra il nucleo storico delle Br – in quel momento in carcere – e i nuovi vertici dell’organizzazione, tra cui Moretti e Senzani, è molto forte. Evidenzia, poi, il fatto che il nocciolo della questione non è la forza del terrorismo, bensì la debolezza del potere. Si sgretola, infine, il baluardo della fermezza, che era stato il pilastro intorno a cui era ruotato il rapimento Moro, perché le istituzioni politiche decidono di accettare una delle richieste dei rapitori di D’Urso e di chiudere il carcere speciale dell’Asinara.

I sequestri del 1981: da D’Urso a Dozier

Il 1981 viene spesso visto come un anno di transizione, a metà strada tra la sensazione che lo Stato stia vincendo la lotta contro il terrorismo e l’improvvisa ripresa dei rapimenti. L’anno era iniziato con la liberazione di Giovanni D’Urso, ma nell’estate del 1981 l’Italia è sconvolta dal susseguirsi di quattro importanti sequestri.

Il primo, tra l’aprile e il luglio 1981, segna l’espansione delle Brigate Rosse nel Meridione e il passaggio dall’emergenza del terrorismo all’emergenza mafia: si sta parlando del rapimento di Ciro Cirillo, esponente della Democrazia Cristiana e figura centrale del Comitato Tecnico per la Ricostruzione del terremoto in Irpinia. Cirillo viene rilasciato dopo il pagamento di un riscatto di un miliardo e 450 milioni di lire.

Roberto Peci, fratello del già nominato Patrizio Peci, viene rapito e ucciso dalle Br in quello stesso periodo: rappresenta la vendetta3 da parte delle Brigate Rosse nei confronti del fratello di Patrizio Peci, colui che nel febbraio 1980 aveva collaborato con la giustizia e aveva permesso l’arresto di numerosi brigatisti. Si tratta di un sequestro mediatico: l’esecuzione viene filmata, tant’è che molti brigatisti in carcere pensano a una provocazione per screditare le Brigate Rosse.

 L’elemento della vendetta emerge nella seconda stagione delle Brigate Rosse. Sono due i principali casi in cui è presente: la vicenda di Guido Rossa del 1979, poiché le motivazioni alle spalle dell’omicidio del sindacalista dell’Italsider è la denuncia da parte di Rossa del postino delle Br Francesco Berardi, e il sequestro e l’omicidio di Roberto Peci come segno di vendetta contro le rivelazioni di Patrizio Peci.

Gli altri due episodi di quella stessa estate, meno significativi ma comunque degni di nota, sono i sequestri di Giuseppe Taliercio e Renzo Sandrucci: il primo è un ingegnere e direttore del petrolchimico di Marghera, e viene ucciso il 5 luglio 1981; il secondo, dirigente dell’Alfa Romeo di Varese, viene rapito in segno di protesta contro la gestione dell’azienda e in particolar modo per il ricorso alla cassa integrazione.

Sandrucci sarà liberato quando i vertici dell’azienda di Varese decidono di rimuovere la cassa integrazione.

Se il caso D’Urso era stato definito da Mario Moretti “il capolavoro delle Brigate Rosse”, non si può certo dire lo stesso per quanto riguarda il sequestro di James Lee Dozier. Sull’editoriale pubblicato da Lotta Continua il 30 gennaio 1982 si scrive che il rapimento del Comandante NATO per l’Europa meridionale rappresenta “il punto più basso dell’inefficienza politica e militare delle Brigate Rosse”. È un tentativo di realizzare un’azione clamorosa, ma fallisce miseramente con la liberazione del prigioniero da parte del nucleo antiterrorismo.

Il caso Ruffilli

Tra il 1982 e il 1988, il fenomeno del terrorismo non si arresta, ma bisogna riconoscere che diminuiscono gli episodi particolarmente rilevanti. I casi di violenza contro Gino Giugni, Leamon Hunt ed Ezio Tarantelli rappresentano momenti drammatici, ma il vero punto di svolta del decennio è il rapimento Ruffilli.

Roberto Ruffilli era il più stretto collaboratore di Ciriaco De Mita, il quale tre giorni prima dell’omicidio era stato nominato presidente del Consiglio di un esecutivo sostenuto dal cosiddetto pentapartito. Il 16 aprile 1988 le Brigate Rosse per il Partito Comunista Combattente (PCC) lo uccidono in modo atroce e nel comunicato di rivendicazione dichiarano di aver agito in questo modo in quanto Ruffilli rappresenta “il cervello politico del progetto demitiano”.

Ciò che è importante sottolineare è una differenza significativa nella strategia del terrorismo e della lotta armata: nel 1978, le Br avevano rapito e ucciso Aldo Moro, simbolo di un’intera stagione politica; a dieci anni di distanza, la lotta armata punta a colpire personaggi poco noti – come già nel caso di Bachelet e Galli – ma con un ruolo fondamentale da intermediari.

La fine del terrorismo “rosso”: D’Antona e Biagi

Gli ultimi due episodi che segnano il declino e la sconfitta del terrorismo, ma che sono comunque degni di nota, sono gli omicidi di Massimo D’Antona e di Marco Biagi. Il filo rosso che lega entrambi gli eventi è il tentativo di annientare i professionisti dello Stato e di bloccarne il rinnovo del mercato del lavoro. 

D’Antona, professore e consulente del Ministero del Lavoro durante il I governo D’Alema, è la prima vittima delle Brigate Rosse per la Costruzione del PCC, che lo assassinano il 20 maggio 1999 a distanza di undici anni dal caso Ruffilli. L’inchiesta giudiziaria nel 2005 porta alla condanna all’ergastolo di alcuni membri dell’organizzazione, tra cui Nadia Desdemona Lioce e Roberto Morandi.

A pochi anni di distanza, l’emergenza terroristica sembra nuovamente levarsi sull’Italia quando il 19 marzo 2002 Marco Biagi viene ucciso a Bologna. È un esperto di diritto e pochi mesi prima era stato il firmatario della legge che rinnovava il mercato del lavoro con una serie di modifiche al Codice civile e alcune varianti allo Statuto dei Lavoratori.

Si tratta di una vicenda drammatica che viene stigmatizzata dalle parole di Ezio Mauro sul quotidiano La Repubblica: “Il terrorismo è un incubo che ritorna come se non dovesse finire mai”.

Guglielmo Motta guglielmo.motta@libero.it

La ricerca è stata finanziata da Claudia Alemani, Patrizia Chiaramonte, Carlo Gussoni, Laura Crippa, Margherita Mainini, Gaia Nanghini, Emilia Pogliani, Giuseppe Restivo, Emilia Tresoldi

Tags: , , , , , ,

Comments are closed.