Migranti e profughi: i trend e le paure

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Il report qui sotto è il frutto della Winter school di storia per adulti dedicata al tema “profughi”, a cura della prof.ssa Silvia Salvatici e con la collaborazione di Stefano Galle e di Matteo Villa, autore dell’articolo.

Il report si trova completo di immagini al link: http://www.fiapitalia.it/home/notizie/lacrisimigratoriaineuropaeigranditrendmondiali-winterschool

La presente ricerca è stata finanziata dai corsisti iscritti al corso Profughi della Winter school, Milano 8-29 gennaio 2018. Un sentito ringraziamento a: Cinzia Agnesini, Claudia Alemani, Patrizia Chiaramonte, Fabio Comini, Ausilia Greco, Carlo Gussoni, Margherita Mainini, Lea Miniutti, Luisa Pedretti, Daniela Zambrano.

Le migrazioni contraddistinguono da sempre la storia dei popoli. Nell’epoca degli stati nazione, però, i flussi di persone che attraversano un confine sono inevitabilmente oggetto di attenzione e scontro politico, soprattutto quando ci appaiono incontrollati e di dimensioni rilevanti. È proprio quello che è successo negli ultimi anni in Europa: dal 2014 sulle coste italiane sbarcano almeno 100.000 persone all’anno, e nel 2016 si è toccata quota 185.000. Nel frattempo, tra l’estate del 2015 e marzo 2016, oltre 800.000 persone sono arrivate in Grecia dalla Turchia, mescolandosi con i circa 300.000 migranti che si sono messi in viaggio dai Balcani in direzione dell’Europa centrale. Per comprendere questi fenomeni è necessario domandarsi: cosa spinge le persone a migrare, e verso dove? Come si governano i fenomeni migratori nell’era degli stati nazione?

Rispondere a queste domande è sempre più urgente: lo è tanto più quanto il rapido aumento dei flussi migratori irregolari verso l’Europa spinge molti a parlare di “crisi”, come se tutto di questi fenomeni fosse imprevedibile e la risposta non potesse che essere emergenziale. È dunque utile iniziare descrivendo sinteticamente i recenti trend migratori mondiali, per poi volgere lo sguardo all’Europa e ai fattori di breve e di lungo periodo che hanno portato alla situazione attuale. Si toccheranno infine le risposte – o le mancate risposte – dell’Unione europea (Ue) e dei singoli stati membri.

 

Migrazioni: i grandi trend contemporanei

 Mai così tanti. Nel 2015 i migranti internazionali nel mondo hanno toccato quota 244 milioni. Basta considerare che erano solo 77 milioni nel 1960 per constatare come, in mezzo secolo, le persone che sono nate in un paese e vivono in un altro siano praticamente triplicate, seguendo un trend quasi costante nel tempo.

Questo trend così lineare ne maschera invece un altro caratteristico degli ultimi anni: l’aumento drastico dei migranti “forzati”, ovvero di chi è costretto ad abbandonare il proprio paese non per lavoro o famiglia, ma perché fugge dai conflitti. Nei quindici anni dalla fine della guerra fredda (1990-2005), il numero di rifugiati nel mondo era infatti diminuito in maniera quasi costante, da 20 milioni a 13 – nonostante un repentino aumento dopo le guerre dei Balcani e in Afghanistan. Ma in soli due anni, tra il 2013 e il 2015, i rifugiati nel mondo sono bruscamente tornati ad aumentare, da 15 a 21 milioni (+40%). Siamo, insomma, di fronte a un picco che non vedevamo da un quarto di secolo.

Dobbiamo inoltre considerare che quei 21 milioni includono solo le persone che sono state costrette ad abbandonare il proprio paese. Ma se contassimo anche chi ha dovuto abbandonare la propria casa per spostarsi in un altro luogo all’interno dello stesso paese di cui è cittadino a causa di un conflitto (gli sfollati), dovremmo aggiungere altri 44 milioni di persone.

Dove si va? Alcuni miti da sfatare. Dire che i migranti internazionali sono triplicati in mezzo secolo fa impressione. Eppure, in questo periodo anche la popolazione mondiale è aumentata di 2 volte e mezza, passando da 3 a 7,4 miliardi. Ciò significa che la quota di migranti rispetto alla popolazione mondiale non è aumentata in maniera molto significativa: se infatti nel 1960 era migrante il 2,5% delle persone nel mondo, oggi lo è il 3,3%. La propensione a lasciare il paese natale è leggermente aumentata, insomma, ma quasi 97 persone su 100 continuano a vivere all’interno dello stato in cui sono nate. Ciò è tanto più significativo perché contraddice le previsioni di chi credeva che prima il drastico calo dei costi di trasporto, poi la rapidità e la facilità di scambiare informazioni dovuta alla diffusione di internet (e dei social network in particolare) avrebbe spinto una quota sempre più alta di persone a cercare fortuna lontano dal proprio paese.

Il chiaro corollario, dunque, è che il numero di migranti internazionali, a meno di mutamenti drastici e imprevedibili, cambia quasi solo con il variare della popolazione mondiale, e che lo stesso avviene a livello regionale.

Perché l’Europa? La geografia conta. Queste considerazioni ci permettono subito di comprendere perché l’Europa è importante: tra le regioni ricche, è quella più vicina (o la più semplice) da raggiungere per chi vive in Africa, in Medio Oriente e persino in Asia centrale. E, come si vedrà più avanti, è anche la zona ricca più prossima alle poche regioni al mondo ancora sottoposte a grandi pressioni demografiche nei prossimi decenni.

Qui preme però sottolineare un dato importante: prima di giungere in Europa, molti migranti devono attraversare un numero spesso molto alto di altri paesi. E non è affatto detto che tutti vogliano raggiungere il continente, anzi. Tendiamo a trascurare che le persone, quando decidono di emigrare, hanno come principale meta di destinazione paesi vicini a quelli in cui sono nati. In oltre il 70% dei casi, infatti, i migranti internazionali si trasferiscono in un paese che si trova all’interno della stessa regione del mondo rispetto allo stato di partenza. Un togolese, per esempio, si recherà in Nigeria o in un altro paese dell’Africa subsahariana, e solo una volta su tre tenterà di raggiungere un paese al di fuori di questa regione (per esempio il Nord Africa, l’Africa meridionale o l’Europa).

 

La “crisi” migratoria in Europa

 Tanti europei in Europa. Quella che noi europei percepiamo come un’emergenza migratoria in piena regola costituisce dunque solo una parte marginale dei grandi flussi migratori mondiali. Questo potrà parere strano anche considerando un altro dato: i migranti in Europa sono aumentati del 36% in soli 15 anni, passando da 56 milioni nel 2000 a 76 nel 2015. Molti di questi, tuttavia, sono migranti intra-europei. L’elevato numero di paesi indipendenti nel continente e l’alta mobilità dei suoi abitanti fa sì che oggi, in Europa, circa 6 migranti su 10 giungano da un altro paese dell’Unione europea. E anche se le migrazioni intraeuropee sono state oggetto di grandi dibattiti politici nel recente passato, in particolare dopo l’allargamento a est dell’Ue del 2004-2007, non sono certo questi flussi a “spaventarci” oggi, ma quelli che provengono dal Mediterraneo meridionale e orientale. Quali sono dunque i fattori principali che hanno generato l’aumento di questo tipo di flussi migratori verso l’Europa?

Le crisi si avvicinano alle nostre frontiere. Un primo motivo è chiarissimo. Se su una cartina muta volessimo colorare i paesi che erano in guerra o in crisi dieci anni fa, tutt’attorno all’Unione europea vedremmo diventare scuri ben pochi paesi. Situazione ben diversa da quella attuale, in cui sulla sponda meridionale e orientale del Mediterraneo quasi nessun paese è totalmente in pace. Alcune crisi attuali, inoltre, raggiungono livelli di gravità tra i più alti degli ultimi decenni. Pensiamo alla Siria: dal 2011 a oggi sono 5 milioni i siriani che hanno abbandonato il paese, e quasi 3 di questi vivono in Turchia (si veda la Figura 1). Era dunque plausibile che molti di loro si sarebbero messi in viaggio, tanto che tra il 2011 e il 2017 più di 1 milione ha fatto richiesta d’asilo in Europa. L’altra grande crisi alle frontiere dell’Europa, quella ucraina scoppiata nel 2014, ha generato un flusso trascurato e più invisibile, ma non per questo meno significativo: si stima infatti che oggi in Polonia vivano circa 200.000 ucraini che hanno abbandonato il paese negli ultimi tre anni.

 

Infine le crisi politiche hanno anche effetti indiretti: il caso della Libia è emblematico (si veda la Figura 2). Essendo un paese ancora potenzialmente molto ricco, se solo recuperasse la necessaria stabilità e unità politica, la Libia sprofondata nell’anarchia del dopo-Gheddafi è diventata un trampolino verso l’Europa non tanto per i cittadini libici (che raggiungono le coste italiane in numeri del tutto esigui – anche se dagli ultimi mesi del 2017 questo flusso sembra essere in aumento), ma per migranti di tanti altri paesi, in massima parte cittadini dell’Africa subsahariana. La Libia è il classico paese di transito, insomma, in cui i trafficanti interagiscono con le milizie per gestire traffici illeciti di tutti i tipi (petrolio, armi, persone).

Oltre le crisi: cause profonde e lungo periodo. Le crisi e il loro ripresentarsi alle frontiere europee in contemporanea con l’intensificarsi dei flussi migratori ci impediscono spesso di soffermarci sulle cause profonde delle migrazioni attuali. Ma sono proprio queste, invece, a darci le dimensioni di un fenomeno epocale e, con tutta probabilità, di lungo periodo.

Sono due, in particolare, le determinanti cruciali che determinano i flussi migratori: demografia e differenze di reddito. Per quanto riguarda la prima, basti ricordare come la popolazione dell’Unione europea (circa 500 milioni) sia rimasta sostanzialmente invariata dal 1990 a oggi, e si prevede che tale resterà nel successivo quarto di secolo (si veda Figura 3). Persino la Cina, con una popolazione di 1,4 miliardi di abitanti e cresciuta in 25 anni di quasi il 40%, si è ormai stabilizzata. Come contraltare di queste due tendenze, una tipica dei paesi avanzati e un’altra di un grande paese che sta completando la propria transizione demografica, abbiamo invece l’Africa subsahariana. Nel 1990, nella regione subsahariana abitavano 500 milioni di persone, esattamente quante in Ue. Nel 2015 il loro numero era quasi raddoppiato e sfiorava il miliardo. E, se le previsioni delle Nazioni Unite sono corrette, entro il 2050 la popolazione africana potrebbe raddoppiare ancora, superando i 2 miliardi di abitanti. Se il tasso di migranti internazionali, come detto sopra, tenderà a restare invariato, un miliardo di abitanti in più in Africa subsahariana genererà 30 milioni di nuovi migranti, di cui circa 10 milioni potrebbero voler raggiungere l’Europa.

La seconda grande variabile è quella del differenziale di reddito. Nonostante la forte crescita del PIL che ha contraddistinto la regione subsahariana nel corso degli ultimi quindici anni, questa crescita economica è stata trainata più dall’aumento della popolazione che da un effettivo aumento della produttività. Per questo, il PIL pro capite della regione è sostanzialmente invariato rispetto al 1980, ed è fermo a uno dei livelli più bassi del mondo: 1.650 dollari in un anno (si veda la Figura 4). Vale a dire, un abitante di un paese medio dell’Africa subsahariana guadagna circa venti volte meno un europeo medio (il cui PIL pro capite equivale a 34.900 dollari). L’interazione tra demografia ed economia spinge a prevedere che, anche nei prossimi decenni, sarà molto difficile che la regione dell’Africa subsahariana compia sufficienti passi avanti dal punto di vista dello sviluppo economico, e che questi siano sufficienti da poter fare a meno della valvola di sfogo delle migrazioni.

In sintesi: le grandi crisi internazionali alle frontiere dell’Europa sono state i “cigni neri” che hanno generato una quota di profughi ben superiore rispetto al recente passato. Ma le pressioni strutturali vengono da molto più lontano, e per questo anche i meccanismi di gestione dei flussi migratori in Europa non dovrebbero rispondere a logiche emergenziali, ma offrire soluzioni di lungo periodo. È davvero così?

 La risposta europea

 Crescono paura e populismo. Le “crisi” del recente passato dimostra come, trascorso il momento di flussi migratori intensi, l’opinione pubblica tenda a dimenticarsi del “problema migranti” per reindirizzare le proprie paure e insicurezze verso il successivo fatto del giorno: crisi economica, cronaca nera, criminalità comune, terrorismo. È stato proprio per questo che i governi recenti hanno approfittato dei momenti di calma per riportare entro alvei di legalità le situazioni di irregolarità, per esempio attraverso sanatorie della popolazione irregolare residente sul territorio. Ci sono però due indizi che ci fanno pensare come la diffidenza nei confronti di migranti e stranieri in generale, tanto quanto quella nei confronti delle istituzioni preposte a gestire il fenomeno, siano destinate a durare più a lungo.

Innanzitutto, i cittadini di diversi paesi dell’Europa meridionale sono ancora scossi da una profonda doppia recessione che ne ha drasticamente compresso i redditi e, al contempo, ha ridotto le speranze di un futuro di (pur lenta) crescita. In un momento di crisi economica è molto più naturale arroccarsi in difesa delle posizioni esistenti e nutrire diffidenza nei confronti dei “nuovi arrivati”. In secondo luogo, dal momento che la pressione migratoria verso il continente è dovuta a cause strutturali e di lungo periodo, sarà sempre più difficile per i governi trovare momenti di respiro che consentano di affrontare il problema con razionalità e senza reazioni emotive.

Il “patchwork” europeo e l’assenza di solidarietà interna. Questa sensazione di “crisi continua” è solo accresciuta dalla continua constatazione che gli Stati membri dell’Ue non siano in grado di raggiungere un accordo su strumenti e modalità per gestire i flussi migratori.

Ciò emerge in tutta la sua forza se si pensa alle poche vere regole europee esistenti, e a quanto proprio queste ultime si siano rivelate inadeguate per gestire in maniera comune, equa e solidale l’emergenza. Tra le altre meritano menzione le regole di Dublino, nate nel 1990 attraverso la firma di una Convenzione, ma oggi parte integrante del diritto comunitario. Malgrado siano state modificate più volte, la norma fondamentale è sempre rimasta la stessa: salvo poche eccezioni, il paese responsabile a esaminare una domanda d’asilo è il primo paese di ingresso nell’Ue.

Come è evidente, in caso di migrazioni dal Mediterraneo questo mette potenzialmente sotto pressione i sistemi di accoglienza di Grecia, Italia e Spagna – è solo un caso che Madrid sia stata risparmiata dall’ultima “ondata”: il caos libico rende appetibile la rotta Libia-Italia anche agli abitanti di paesi dell’Africa occidentale come Senegal e Gambia. Con regole che pongono in capo ai diversi paesi europei carichi tanto asimmetrici, e di fronte alla minaccia di un crollo della precaria impalcatura comunitaria, nel 2015 gli Stati membri hanno raggiunto un accordo su un meccanismo d’emergenza per ricollocare una quota di richiedenti asilo in altri paesi Ue. Questi ultimi avrebbero dovuto accogliere i richiedenti asilo e provvedere a esaminarne le richieste.

Ma anche tale aiuto, che all’atto pratico sarebbe comunque stato fortemnete ridotto rispetto alle reali dimensioni della crisi (si trattava di ricollocare circa 100.000 persone da Italia e Grecia in due anni, a fronte di arrivi che nella sola Italia hanno superato i 700.000 dal 2011 a oggi), è stato fortemente osteggiato dai paesi dell’Europa orientale, che hanno fatto ricorso alla Corte di giustizia europea e non hanno comunque attuato i ricollocamenti sul loro territorio. A settembre 2017 il programma di ricollocamenti si è ufficialmente chiuso, con il trasferimento di meno di 12.000 richiedenti asilo dall’Italia (il 34% rispetto alle promesse) e meno di 22.000 richiedenti asilo dalla Grecia (il 33%).

Esternalizzare la gestione dei flussi migratori? Di fronte al fallimento da parte degli Stati Ue di trovare una soluzione comune e coordinata alla crisi, l’unica alternativa è stata quella di tentare di ridurre i flussi migratori concludendo accordi con paesi terzi. Nella pratica, come si dice, “esternalizzando” la gestione dei flussi. In questa direzione vanno gli accordi tra Ue e Turchia di marzo 2016 e gli accordi informali tra Italia e Libia di gennaio-luglio 2017. Entrambi dimostrano che i flussi migratori non sono inevitabili, e che è possibile ridurli o addirittura bloccarli. Si tratta tuttavia di soluzioni al più temporanee, che non sembrano ridurre la propensione di chi intende migrare a raggiungere le coste europee, e che sono rischiosi non solo per le chiare implicazioni etiche e umanitarie, ma anche perché danno un’arma di ricatto micidiale in mano a interlocutori di cui non necessariamente l’Europa può o vuole fidarsi. Si pensi solo, in Turchia, all’Erdoğan della deriva autoritaria dopo il tentativo di colpo di stato a suo danno del luglio 2016. Una situazione diversa, ma sempre precaria, è quella libica, laddove le milizie-mafie che controllano e governano i traffici irregolari potrebbero decidere da un momento all’altro di cambiare alleanza o di alzare il prezzo della loro collaborazione.

L’incapacità dell’Europa di rispondere in maniera coordinata e ordinata alla crisi, insomma, ha avuto e sta avendo chiare ripercussioni sulle opzioni disponibili all’Ue nella propria politica estera e di sicurezza, nonché sul fronte delle politiche commerciali e sulla decisione di quali debbano essere i paesi prioritari cui indirizzare gli aiuti allo sviluppo.

 Un pericoloso status quo

 Le pressioni migratorie verso l’Europa rimarranno alte ancora a lungo, con visibili effetti politici e sociali sulle opinioni pubbliche europee. La gestione quasi esclusivamente nazionale delle politiche migratorie in Europa ne ha fatto emergere tutte le lacune, rendendo evidente la necessità di trovare soluzioni comuni. Ma è difficile immaginare che nei prossimi anni si facciano, su questo fronte, dei significativi passi avanti.

Malgrado l’ondata populista sembri lentamente recedere in quasi tutta Europa, e non abbia sfondato in Francia e Germania, permangono profonde divisioni tra un’Europa occidentale (più accogliente) e quella orientale (più repressiva). Anche tra i paesi occidentali, inoltre, sono evidenti più subdole ma nette divisioni tra chi si ritrova in prima linea a gestire gli arrivi irregolari (Grecia, Italia, Spagna) e chi invece ne vede solo gli effetti indiretti (Francia, Germania, Paesi Bassi, o addirittura Svezia). Questi ultimi paesi stanno adottando politiche sempre meno favorevoli all’accoglienza: si pensi solo alle più recenti proposte del presidente francese Emmanuel Macron, che raddoppiano il periodo di detenzione legale per i migranti irregolari da rimpatriare (da 45 a 90 giorni) e mirano a incrementare il numero di riaccompagnamenti dei migranti al primo paese di ingresso in Ue (generalmente Italia o Grecia).

Inoltre, le migrazioni restano un tema sul quale gli Stati membri continuano a essere gelosi delle proprie competenze, e cui difficilmente vorranno rinunciare. E malgrado Brexit abbia dato una spinta verso l’integrazione, e il motore franco-tedesco si sia inceppato ma non fermato del tutto, è certo che il primo dossier che i leader europei decideranno di affrontare non sarà quello delle migrazioni ma quello della riforma della governance economica dell’Eurozona: entrambi sul tavolo dei leader e da discutere entro giugno, ma con opzioni e probabilità di riuscita molto diversi.

Il rischio maggiore è quello che una nuova crisi, per esempio nel caso di rottura dell’argine tra Turchia e Grecia, o di quello tra Libia e Italia, torni a scoperchiare il vaso di Pandora dei populismi e dei nazionalismi che pure ancora non è stato del tutto sigillato. L’esperienza della crisi odierna dimostra come l’emergenza non necessariamente porti a maggiore solidarietà; anzi, può addirittura acutizzare le pulsioni securitarie e il trinceramento dietro frontiere nazionali. Nulla però esclude che, invece, i governi e le opinioni pubbliche europee facciano tesoro degli errori degli ultimi anni, e che decidano finalmente di procedere insieme, verso la creazione di un effettivo sistema europeo di asilo, e di gestione e regolarizzazione dei flussi migratori.

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